venerdì 10 novembre 2006

I feudi di Via del Parione

Alcune settimane fa sono tornata, dopo cinque mesi, a Firenze. Volevo scrivere qualche riga per lasciarne traccia, ma questa volta è stata l’euforia e un inedito senso di onnipotenza a tenermi alla larga dalla scrittura. Ho rivisto persone a me molto care ed ho dormito in quelle “piccole stanze” che mi hanno protetta e coccolata nella fase più difficile, ma nello stesso tempo più importante, della mia vita.
Prima di andare a cena ho manifestato il desiderio (irrazionale forse?) di percorrere dall’inizio alla fine Via del Parione, certa che a quell’ora tarda sarebbe stato quasi impossibile imbattermi in uno spiacevole incontro. Ho così percorso con lo sguardo luoghi a me familiari ed ho gioito al pensiero che tutto questo appartenesse al passato, un passato di cui non sono ancora pienamente libera, che inquina i miei sogni e che mi interpella ancora con scoccianti domande. Ogni passo compiuto su quel lastricato era accompagnato da una frase: sono libera, adesso lo sono davvero, sono di nuovo libera e sono di nuovo mia.
Esattamente tre mesi fa ho inviato a tutti la lettera di licenziamento, scritta in una Londra che mi ha dato la forza e la tenacia di scoprirmi e di eliminare quel velo di ipocrisia che avevo tessuto sopra il mio essere più autentico. Da due mesi sono di nuovo un’insegnante di Liceo. Percorro chilometri ogni mattina alzandomi all’alba, per raggiungere la scuola e mi convinco, ogni giorno, nonostante le difficoltà e i piccoli insuccessi, che non potrei fare altro se non questo. Ogni giorno, al ritorno a casa, penso a cosa staranno facendo i miei ex colleghi fiorentini e mi chiedo se avranno avuto il permesso di pranzare o se, ancora una volta, si saranno dovuti piegare alle sue uniche ed insormontabili esigenze. E allora penso a quel Dipartimento, ripenso all’inferno. E allora mi viene voglia di scriverne, anche perché questo blog, nella mia mente pre-Londra, avrebbe dovuto intitolarsi “I 57 passi” e contenere il racconto di quei cinque anni assurdi e incomprensibili.
In Dipartimento entravo alle dieci dopo circa mezz’ora di scooter o quaranta minuti di autobus.
Vi si accede con un piccolo ascensore, se ne possiedi le chiavi, altrimenti inerpicandoti su una scala barocca bella quanto il palazzo che lo ospita da moltissimi anni. La scala è un po’ ripida e ti lascia spesso senza fiato percorrerla tutta; non è una grande idea arrivare lì dentro già con il fiatone, visto che ogni volta sai di quante energie hai bisogno per superare l’intera giornata. Superato l’ingresso, fatto capolino negli uffici dei colleghi più cari per un buongiorno celere, controllata la cassetta della posta (che ora ti spetta, perché sei entrata a pieno diritto nel grande mondo degli “incardinati”), entri finalmente in quella stanza e, per prima cosa, ti affacci alla finestra. Così vedi la bellissima corte del palazzo che si affaccia sull’omonimo Lungarno, vedi il fiume, Ponte Vecchio e riesci anche a scorgere Palazzo Pitti e, in lontananza, San Miniato e il Forte Belvedere. Poi pensi che alle dieci, mentre tu stai per accendere il computer e metterti a lavoro, i tuoi colleghi stanno già affollando la Biblioteca Nazionale in attesa di cominciare la loro giornata di studio e di ricerca, stanno aspettando i libri, stanno sfogliando un manoscritto, stanno bestemmiando perché anche di questo volume non si può fotocopiare neppure una pagina.
E’ arrivato il momento di accendere il computer. Se lei arriva pretende che tutti i suoi messaggi di posta siano stati non solo stampati, ma anche letti e selezionati in ordine di importanza. Il feudatario deve arrivare al castello e sapere come organizzare la sua giornata, come disporre le sue truppe sul campo di battaglia, come organizzare le sue alleanze. Anche perché il signore del castello che confina con il nostro sta facendo esattamente lo stesso e, purtroppo, ha anche delle truppe più folte e più fedeli delle sue. Quindi non si può perdere tempo a studiare o in fesserie di tal tipo, bisogna schierarsi. La giornata di lavoro comincia sempre nello stesso modo, con la posta intasata da mille messaggi: ci sono studenti che cercano informazioni sui prossimi esami, che chiedono un programma di studi, le associazioni culturali fiorentine che inviano informazioni sul prossimo evento in programma nonchè i feudatari di tutta la penisola che indagano sugli equilibri della zona, richiedono alleanze, denigrano un rivale.
Dopo un po’ di tempo di vita di Dipartimento, scopri che la cosa più bella che la vita ti possa offrire è quella di trasformarti da cavaliere semplice in cavaliere “incardinato”. Sì, sempre cavaliere sei, pronto a combattere una battaglia senza fine per il tuo feudatario che ricompenserà al meglio la tua fedeltà e la tua fierezza. Ah, finalmente tutto mi è chiaro, illuminato dalla luce della sapienza che l’Università irradia tra i suoi giovani ricercatori. Questa pillola di saggezza mi aiuterà nel cammino difficile della mia carriera…
Quindi, se ho capito bene, la cosa più importante che devo fare è individuare le migliori strategie che mi consentano l’“incardinatura”, che, già dalla parola, sembra una sorta di crocefissione a cui però si va incontro con gioia e giubilo. Finalmente, se sei incardinato, sei parte del feudo a tutti gli effetti e puoi partecipare ai banchetti ed alle assemblee, purchè seduto in ultima fila, rispettando ben bene la gerarchia. E devi chiedere sempre: il permesso per uscire ad un’ora decente, che cosa dire, per chi votare, chi lodare, a chi regalare il tuo ultimo libro oltre a quale vestito sia più adatto per quel convegno. Chiedere sempre, scrutare in continuazione, copiare se ci riesci e, soprattutto, elogiare, anche se questo ti risulta la cosa più difficile da fare, perché vorresti che dalle tue labbra uscissero parole sincere e cristalline di disprezzo anziché di elogio. Infatti, alla fine mi sono arrestata di fronte all’impensabile, di fronte a quello che Virginia Woolf diceva essere il compito più arduo per ogni essere umano: il continuo e perenne nascondimento del disprezzo con la più falsa delle adulazioni. E questa capitolazione, mi ha restituito alla vita.

“Lei converrà che una battaglia che obbliga a indossare la maschera della venerazione per coprire il disprezzo infligge allo spirito umano ferite che nessuna chirurgia potrà guarire”.
Virginia Woolf, Le tre ghinee.

3 commenti:

Susanna ha detto...

Ho appena letto e posso dire solo MERAVIGLIOSO!!!
Ad una breve decantazione un commento più "corposo".
Baci

Anonimo ha detto...

la citaz della Wolf come ciliegina sulla torta..."quasi perfetto"....(ma per seere tale dovresti almeno essere un ordinario...)
quanti altri particolari, tra umiliazioni, sorrisi falsi come mai, equilibri e "maldicenze" continue sempre più "squilibrati"... ma...siamo in alto..sulle vette della sapienza...

Anonimo ha detto...

non mi era ancora capitata l'occasione di leggere i tuoi post.
ma non è mai stata una questione solo di tempo.
fanno male.
fanno male di quel sano dolore che serve al cambiamento, ad aprire gli occhi, a creare prospettiva.
quando sei nel feudo vuoi che tutto cambi, perchè niente cambi..e vuoi diventare incardinato perchè non vedi altra prospettiva per la tua vita..
si è vero, ti hanno maltrattato, umiliato, sfruttato, addestrato, inibito, limitato anche nello studio e nei testi da studiare..ma...ma..alla fine ti senti programmata per far così.
E' un mondo che vivi nella pelle e anche sotto la pelle, luccica così tanto che i tuoi occhi rimangono abbagliati.
e luccica di soldi e posizione sociale: inccardinato vuol dire ricercatore all università.
incardinato vuol dire lavoro a tempo indeterminato e statale con la flessibilità del libero professionista.
vuol dire non doversi mai occupare di come arrivare a fine mese e vuol dire essere ammesso alla "classe intellettuale".
luccica e splende, piace, piacerebbe a tutti.
il percorso per diventarlo è un viaggio iniziatico: ti formano per essere ammesso al sistema a cui dovrai ubbidire. ti fanno fare tutti i passi per plagiarti e alla fine non solo dovrai ma vorrai ubbidire.
Solo se arrivi a voler ubbidire può esserci una possibilità di essere ammesso, e chi non ubbidisce è guardato con invidia e disprezzo.
riesce a non volere il mondo dei lustrini, ma alla fine, se non è dentro quel mondo non è più rilevante.