martedì 27 ottobre 2009
Spazi della memoria
E’ una giornata di fine primavera, un sole tiepido e avvolgente riscalda quello spicchio di mare che si riesce ad intravedere dalle finestre appena aperte, il vento muove le tende profumate di bucato e l’odore rilassante del salmastro si sparge per tutte le stanze, intenso e deciso, quasi a voler preannunciare un’estate vivace e piena di sorprese. Lei è lì, in quella stanza calpestata dai suoi piedi di bambina e disprezzata dai suoi passi di adolescente che avrebbero voluto solcare gli spazi immensi di una adulta autonomia. E’ lì e sente di appartenere a quel luogo, di averlo scolpito come segno di un’appartenenza, ne raccoglie lo spazio con un’occhiata fugace e si concede qualche minuto di piacevole regressione, quasi a voler ricordare le mille metamorfosi di quelle pareti così intime e familiari. Pensa alle altre stanze che ha abitato, da quelle silenziose e ovattate nella periferia pisana, a quelle rumorose e chiassose delle sue vie fiorentine. Si sente forte, oggi, si sente invincibile. C’è una valigia da chiudere, c’è da trovare lo spazio per pochi ma indispensabili libri, c’è da telefonare agli amici, da baciare un padre e una madre fino a consumarli, quasi a volersi saziare di un amore di cui sentirà la mancanza. I vestiti sono troppi, la valigia è troppo pesante, tutti questi libri sono inutili, e queste finestre aperte fanno entrare un vento energico che scompagina tutti i fogli sulla scrivania. Sembra che voglia racchiudere i suoi anni in questa valigia così stretta e sembra che, insieme ai vestiti, voglia imprigionarci tutti i suoi pensieri disordinati, le sue paure inconfessate e le sue velate malinconie. Sono giorni che sta preparandosi a questa partenza e niente sembra al posto giusto. Assapora una inedita e intensa sensazione di libertà dopo che ha chiuso quella porta in silenzio, ha percorso quel tetro corridoio con il pavimento in cotto, ha inserito la chiave nella porta dall’ascensore e ha salutato l’inferno. La “regina” non si immagina neppure che quando tornerà nel suo regno, il suo cavaliere più amato ha serrato il cavallo e se ne è andato a respirare gli ampi spazi dell’autonomia e a vivere la sua ritrovata dignità. Il suo forte puledro in realtà è uno scarcassato liberty color oro che attraversa le strade fiorentine: si lascia dietro di sé via di Parione, imbocca i lungarni, scivola lungo i viali di circonvallazione, attraversa piazza Beccaria e si ferma davanti a un portone in legno, imponente, massiccio, che forse qualcuno le aprirà. Nello zaino ha un trasloco sognato e immaginato per cinque anni e tra le mani una lettera scritta a mano con una grafia tremante ma piena di orgoglio, un foglio che custodisce in segreto tutta la sua rabbia e il suo disprezzo, un foglio a cui ha destinato la sua fierezza e le sue energie, quelle energie che sembravano spente, sopite e definitivamente soffocate dentro quelle stanze che non le davano respiro. E’ un gesto di un attimo, un movimento veloce, immediato, quasi fulmineo. Lo sa che l’imperatrice è lontana, che non c’è nessuno nei paraggi, che non ci sono pericoli di incontrare il suo sguardo, ma ha comunque il terrore che qualcuno o qualcosa la riporti indietro, interrompa la corsa, arresti il suo procedere. La lettera scivola dentro la cassetta, lei controlla ancora una volta il nome del proprietario di quell’urna di corrispondenze, sincerandosi che la sua anima sia al posto giusto e che presto qualcuno ne legga gli intimi anfratti e le più sincere modulazioni. Ci siamo, ce l’ha fatta. E’ libera, è di nuovo la Barbara di un tempo, è tornata ad appartenersi, ha ricominciato ad amarsi. E questo gesto, questo lasciar cadere non solo quella lettera ma anche la sua maschera, è stata la più autentica dimostrazione di amore verso se stessa che avrebbe potuto regalarsi. Non so perché stasera sia tornata con la mente a quel giorno di maggio, non so perché abbia chiuso gli occhi e rivissuto ogni istante di quella battaglia, abbia esultato ancora al ricordo di quella vittoria. Forse perché vorrebbe risentire, per un attimo, le sensazioni immobili di quella forza e di quella energia, forse perché vorrebbe capire come tornare ad amarsi.
lunedì 28 settembre 2009
Un'altra me - I will survive
Nel tentativo di rimanere fedele ai miei buoni propositi e ai miei inviti ad una seppur timida serenità, assaporo questo fine settimana casalingo. Seduta sul letto in questa nuova casa a pochi chilometri dalla laguna, in questo sperduto paesino di provincia nella più amara Maremma, cerco di registrare le mie sensazioni così come si sono susseguite, oggi, sullo spartito della mia anima. Con una inconsueta tenerezza regalata dalla vecchiaia, la gatta, muovendosi come un’ombra del mio stesso corpo, si rannicchia sul letto e mi guarda, in attesa di un’affettuosa carezza; nelle orecchie le note dolci di Ludovico Einaudi, intorno il solito caos ordinato inevitabile in uno spazio così ridotto. Inizio la giornata di sabato leggendo le ultime righe che ho steso su questo blog: leggo e rileggo, mi stanco, mi annoio, mi arrabbio con me stessa. Sale dal profondo un moto di rabbia e di stizza verso una Barbara che mi infastidisce fino alle lacrime, fino a farmi gridare contro me stessa parole dure e violente, tutt’altro che consolatorie. Capisco che non ho bisogno di conforto e rassicurazione, ma di una vigorosa scossa capace di scrollarmi di dosso questa luttuosa malinconia e questa lagnosa inquietudine. Cazzo, penso: ci vorrebbe mia madre con quei suoi rimproveri tanto duri quanto affettuosi, che riuscivano davvero a svegliarmi da questo dormiveglia dei lamenti e stanavano un’energia sotterranea creduta esaurita. E la parte di me stessa che le ho lasciato assoggettare dopo la sua morte si è svegliata in questo sabato pomeriggio e ha fatto il suo dovere.
Mia madre non c’è più e sembra a volte che io mi sia sotterrata con lei, sono sola in questa laguna sperduta e sono dolorosamente in attesa di un amore che mi travolga, mi trascini, mi sconvolga, fino a regalarmi un figlio. “E che palle” mi viene da urlare, “ma che vuoi” mi viene da chiedermi. Sono stanca di misurare sempre uno iato smisurato fra i miei propositi e le mie azioni, sono stufa di leggere imprecise traduzioni delle mie intenzioni e sono anche stanca di questo spazio virtuale che si è traformato in un lago di lacrime e in un rifugio di lamenti. E basta pure con questa musica splendida ma, se ascoltata in questo momento, capace solo di ipnotizzarmi di fronte alle mie paure. Mi dispiace per Einaudi, ma questo sabato mi sento pronta per Gloria Gaynor. E mi dispiace anche per i nuovi vicini, abituati ad una melodia ovattata e non a questa musica urlata, ma qua si deve traghettare, si deve oltrepassare un fiume in piena, che trasporta con sé i residui di cinque anni faticosi e tormentati. Qua ci vuole “I will survive” a tutto volume. Bice si alza dal letto e si decide per un sopralluogo in cucina, allibita di fronte a tale metamorfosi pomeridiana. Sono le tre e mezzo, tra un’ora c’è “Baaria” al cinema. Sì, lo so, sono sola, ma non è proprio una tragedia, anzi è un qualcosa che mi rasserena e tranquillizza, visto che tutti coloro che ho portato con me al cinema mi hanno coperto di insulti e accusato di essere la solita che vuole giocare all’intellettuale e si scatena con pellicole iraniane sottotitolate in serbo. E anche “tu” non ripetere che la serenità toglie spessore e consistenza alla mia scrittura e che le mie pagine migliori sono quelle che trasudano lutto e disperazione. Comunque “Baaria” era tutt’altro che noioso e soporifero, ma un autentico gioiello, tipico di Tornatore. Esco dal cinema e, finalmente, nel corso affollato di gente alle sette di un sabato sera ancora tiepido, non percepisco il mio essere sola come una colpa, soprattutto grazie ad un’alunna che mi vede da lontano e si precipita per un saluto. “Che fa sola prof. di sabato sera?” Silenzio irreale. Ci penso, so che vorrei dire fra le lacrime: “E’ il primo giorno senza emicrania e, visto che il fidanzato non esiste, un marmocchio neppure e che le amiche sono tutte sparse in ogni angolo meno che qui, me ne vado sola e disperata al cinema, immaginandomi di stringere una mano amata nella penombra della sala….sigh…sigh…”. Ma la parte di me risvegliata dai rimproveri di mia madre a da Gloria Gaynor, scalcia infastidita: “Sono stata al cinema a vedere un film splendido. Dovremmo parlarne a scuola, magari tornarci insieme un pomeriggio”. Mi sento in mezzo al fiume con la mia zattera alla ricerca di raggiungere la riva. La vedo lontana e irraggiungibile, ma gioisco alla decisione di intraprendere la traversata. Mentre remo mi passano davanti la carcasse di tutte le mie amarezze e i rifiuti dei miei tormenti. E’ un fiume denso e melmoso come questa laguna e si avanza a rilento. Mi sento già le braccia a pezzi, ma sono riuscita ad avanzare, seppure il tratto percorso in avanti sembra quasi impercettibile, in questo sabato sera orbetellano.
Arrivo alla macchina e giudo fino a casa. Mi viene in mente il film di Mike Leigh che ho visto giovedì sera e le strade di Londra immortalate con abile maestria. Penso che invece che essere a Finsbury sono ad Albinia ma il paragone, così irreale e assurdo, anziché rattristrarmi mi strappa un sorriso. Non ci sono più a Londra, sono qua. E devo imparare a viverci, non a sopravviverci. Domani è domenica e posso dormire fino a tardi, spero di studiare con impegno e profitto come non faccio da tempo e spero di trovare un’altra Gloria Gaynor che riesca a riesumare quell’altra me che oggi mi ha così piacevolmente sorpreso. E che mi dia l’energia di risalire su quella barchetta all’apperenza fragile e consumata, in realtà integra e resistente. Almeno credo, speriamo di non imbarcare acqua.
Mia madre non c’è più e sembra a volte che io mi sia sotterrata con lei, sono sola in questa laguna sperduta e sono dolorosamente in attesa di un amore che mi travolga, mi trascini, mi sconvolga, fino a regalarmi un figlio. “E che palle” mi viene da urlare, “ma che vuoi” mi viene da chiedermi. Sono stanca di misurare sempre uno iato smisurato fra i miei propositi e le mie azioni, sono stufa di leggere imprecise traduzioni delle mie intenzioni e sono anche stanca di questo spazio virtuale che si è traformato in un lago di lacrime e in un rifugio di lamenti. E basta pure con questa musica splendida ma, se ascoltata in questo momento, capace solo di ipnotizzarmi di fronte alle mie paure. Mi dispiace per Einaudi, ma questo sabato mi sento pronta per Gloria Gaynor. E mi dispiace anche per i nuovi vicini, abituati ad una melodia ovattata e non a questa musica urlata, ma qua si deve traghettare, si deve oltrepassare un fiume in piena, che trasporta con sé i residui di cinque anni faticosi e tormentati. Qua ci vuole “I will survive” a tutto volume. Bice si alza dal letto e si decide per un sopralluogo in cucina, allibita di fronte a tale metamorfosi pomeridiana. Sono le tre e mezzo, tra un’ora c’è “Baaria” al cinema. Sì, lo so, sono sola, ma non è proprio una tragedia, anzi è un qualcosa che mi rasserena e tranquillizza, visto che tutti coloro che ho portato con me al cinema mi hanno coperto di insulti e accusato di essere la solita che vuole giocare all’intellettuale e si scatena con pellicole iraniane sottotitolate in serbo. E anche “tu” non ripetere che la serenità toglie spessore e consistenza alla mia scrittura e che le mie pagine migliori sono quelle che trasudano lutto e disperazione. Comunque “Baaria” era tutt’altro che noioso e soporifero, ma un autentico gioiello, tipico di Tornatore. Esco dal cinema e, finalmente, nel corso affollato di gente alle sette di un sabato sera ancora tiepido, non percepisco il mio essere sola come una colpa, soprattutto grazie ad un’alunna che mi vede da lontano e si precipita per un saluto. “Che fa sola prof. di sabato sera?” Silenzio irreale. Ci penso, so che vorrei dire fra le lacrime: “E’ il primo giorno senza emicrania e, visto che il fidanzato non esiste, un marmocchio neppure e che le amiche sono tutte sparse in ogni angolo meno che qui, me ne vado sola e disperata al cinema, immaginandomi di stringere una mano amata nella penombra della sala….sigh…sigh…”. Ma la parte di me risvegliata dai rimproveri di mia madre a da Gloria Gaynor, scalcia infastidita: “Sono stata al cinema a vedere un film splendido. Dovremmo parlarne a scuola, magari tornarci insieme un pomeriggio”. Mi sento in mezzo al fiume con la mia zattera alla ricerca di raggiungere la riva. La vedo lontana e irraggiungibile, ma gioisco alla decisione di intraprendere la traversata. Mentre remo mi passano davanti la carcasse di tutte le mie amarezze e i rifiuti dei miei tormenti. E’ un fiume denso e melmoso come questa laguna e si avanza a rilento. Mi sento già le braccia a pezzi, ma sono riuscita ad avanzare, seppure il tratto percorso in avanti sembra quasi impercettibile, in questo sabato sera orbetellano.
Arrivo alla macchina e giudo fino a casa. Mi viene in mente il film di Mike Leigh che ho visto giovedì sera e le strade di Londra immortalate con abile maestria. Penso che invece che essere a Finsbury sono ad Albinia ma il paragone, così irreale e assurdo, anziché rattristrarmi mi strappa un sorriso. Non ci sono più a Londra, sono qua. E devo imparare a viverci, non a sopravviverci. Domani è domenica e posso dormire fino a tardi, spero di studiare con impegno e profitto come non faccio da tempo e spero di trovare un’altra Gloria Gaynor che riesca a riesumare quell’altra me che oggi mi ha così piacevolmente sorpreso. E che mi dia l’energia di risalire su quella barchetta all’apperenza fragile e consumata, in realtà integra e resistente. Almeno credo, speriamo di non imbarcare acqua.
sabato 26 settembre 2009
Soliloquio
Finalmente trovo una foto che parla di me. Paolo ha bloccato la mia immagine mentre ero accovacciata su una porzione di scoglio a Cesme, nella penisola di fronte a Izmir. E’ una delle poche foto che ritengo autentiche, nella quale mi rispecchio e mi riconosco. Mi piace, mi piace quell’immortalare quei segni intorno agli occhi su una pelle resa imperfetta dall’acne dell’adolescenza, questo mio essere, anche nel volto, un miscuglio imprefetto di adultità e giovinezza, questo sentirmi un ibrido che, nonostante porti i segni della maturità, stenta a percepirsi un intero. Mi piace guardarmi così, vivisezionarmi in un’immagine che mi rappresenta. E questa, davvero, rispecchia proprio la Barbara che sono: il naso a patata, quei geroglifici sulle guance che hanno scritto sul mio viso la lingua perduta della fanciullezza, quel leggero sovrapporsi dei miei denti in un sorriso che sembra quello di mia madre. Appena l’ho vista mi sono persa a contare le mie rughe, quasi a volermi convincere che , in fondo, questo è il mio tempo, quello dei primi bilanci, delle prime somme, delle prime, dolorose e angoscianti perdite. Con lo sguardo perso nei miei stessi occhi, mi concentro sulla mia solitudine, percepita in modo più chiaro e diretto in questo bilocale sulla laguna e mi chiedo come sia possibile che non riesca a interrompere questo apparente maleficio. Mi chiedo dove sia quella Barbara a lungo immaginata e sognata, mi chiedo dove sia quella figlia tanto desiderata, mi interrogo sui tanti propositi e i mille programmi che avevo ideato rispetto al mio domani. Un domani che è diventato un altro oggi. E mi chiedo come possa riconciliarmi con me stessa, come possa pacificare questa lotta tra i tempi del mio essere, che ho violentemente separato e reso incomunicabili. Stasera mi abbandono a questo ininterrotto soliloquio, mi interrogo affannosa alla ricerca di risposte che vadano a stanare quella porzione di coraggio che so essere sepolta sotto questa malinconia, cerco respiro in questa claustrofobia e capisco che devo imparare ad amare questa mia solitudine, a viverla senza sentirmi perennemente mutilata e recisa. Ne cerco la ricchezza nei miei viaggi, ne scovo la forza tra i miei ragazzi, ne rintraccio le infinite risorse negli obliqui rispecchiamenti con gli altri, ma questo non mi aiuta a sminuirne la durezza. E’ stato bello immaginarmi diversa, abbozzare l’immagine dei miei anni da adulta, vedermi e sentirmi madre, immaginarmi con la mia in una genealogia al femminile che tanto ho desiderato. Devo imparare ad amputare questo brandello di antica immaginazione ormai fossilizzatasi nella mia mente. E’ l’unico modo per salvarmi. E per amarmi un po’.
sabato 12 settembre 2009
In attesa del vino novello
Eccomi di nuovo a queste pagine, dopo un lungo ed inatteso silenzio. Forse l’atrofia estiva della mia scrittura è stata solo la traccia di due mesi di calda serenità, in cui ho lasciato che i miei pensieri non si rattrappissero in una pietrosa malinconia, ma si lasciassero trasportare dal caldo e allegro vento follonichese. Mesi di sincere amicizie, di piacevoli scoperte, mesi di inedita complicità con me stessa e con le mie emozioni. Oggi invece è piovuto e sembra che la mia anima abbia già sobbalzato a questo cambio di clima. Mi sento diversa, in questo giorni di metà settembre, percepisco la mia malinconia salire lentamente ad offuscare i miei giorni, a renderli polverosi, difficili da respirare. E torno a scrivere. Ho ancora sulle mie mani i segni della vendemmia di oggi, quelle macchie scure di acini strizzati che dovrò decidermi a cancellare con un po’ di candeggina. E vorrei poterci lavare anche la mia mente, nella speranza che si porti via tutti i pensieri di oggi, così affastellati l’uno sull’altro da non potersi neppure districare e, quindi, decifrare. Ho pensato a tutte le mie vendemmie, in quella terra così calpestata dai miei piedi di bambina e dai miei passi di adulta, ho respirato l’odore del mosto, ti ho ricordato aiutare mio padre in cantina, lamentarti della troppa stanchezza difficile da sopportare nella partita successiva. E ho visto mia madre apparecchiare per tutti gli amici che davano in prestito le loro schiene ricurve e le loro mani stanche e ne ho sentita, ancora più forte, ancora più violenta, la mancanza assoluta. Anche se è sabato decido di restare a casa, sento che non sarei di compagnia così appesantita da questa giornata. Ma prometto che domani affronterò la mia partenza per la laguna con entusiasmo e che aspetterò con il sorriso il vino novello.
sabato 11 luglio 2009
La morbidezza dei tuoi seni
Stasera sono preda del nomadismo delle idee. Fa caldo, fa tremendamente caldo. Il mio corpo affonda nel materasso e sembra ancora più pesante. Le immagini si affastellano nella mia mente l’una sull’altra, si ammucchiano, per poi spezzarsi, polverizzarsi. Non ho controllo alcuno sui miei pensieri, sono vittima di una battaglia sfiancante ed ho caldo, sono coperta di sudore. Ho bisogno di una doccia, di togliermi di dosso questo senso di umido soffocamento. Ho bisogno di qualcosa che concentri le mie energie e solo l’attenzione al corpo può allontanarmi dalla prepotenza della mente. Devo riprendere la mia zavorra di carne e sangue, ascoltarla con più attenzione. Forse la sto davvero usando solo come una tuta in cui ci sto dentro e che non mi appartiene. Devo ritornare al corpo, per salvarmi. Entro in bagno e accendo la luce. Mi spoglio e lascio che i vestiti scivolino via, ammucchiandosi sul pavimento. Mentre l’acqua scorre nella doccia e diventa tiepida, mi guardo. Guardo il mio viso, le mie mani che passano tra i capelli arruffati, la mia pelle finalmente ambrata dopo un po’ di mare. Un volto si sovrappone al mio, in maniera automatica, quasi istantanea (e istintiva). Sembra che mi sia dimenticata quello scroscio d’acqua che viene giù e che mi aspetta per dissetarmi e volo, come sempre, nello spazio vivo ed abitato di un ieri ormai lontano. Era bello quando si usciva la sera. Era bella quella mezz’ora nel bagno nelle sere d’estate in attesa di uscire. Era bello passarci la crema sulle spalle, sfiorando la nostra pelle con le dita e la nostra anima con le parole. Babbo si chiedeva sempre come due donne potessero prolungare così tanto il tempo, dilatando i minuti e rendendo insopportabile la sua attesa. Era bello truccarsi per esaltare la nostra bellezza, era bello scegliere l’ornamento più semplice per i nostri visi ed accorgersi, proiettate nello specchio di fronte, di come il passare del tempo rendesse le nostre fattezze sempre più affini. Era bello scoprire una sempre più marcata corrispondenza, nei lineamenti dei volti, nei tratti dei corpi, nella forma dei sorrisi. Solo il seno non mi hai regalato, tu così prosperosa e materna, io così esile e mascolina nelle forme del femminile. Quando ero adolescente e vivevo la mia magrezza come una menomazione, in quella giostra della vanità naturale a quell’età, prendevo il mio minuscolo seno tra le mani e sognavo che prendesse forma, crescendo al solo contatto e prendendo il profilo del tuo. Tu calmavi la mia insicurezza di fanciulla dicendomi che sarebbe cresciuto, che presto sarei fiorita nelle fattezze dell’adultità, che avrei assunto un aspetto materno e sensuale. E pensare che invece di vedere il mio crescere, ho visto il tuo asciugarsi di giorno in giorno, perdere la sua floridezza e richiamarmi, nel calore degli abbracci, a quella sentenza assassina che ti ha condannato. Chissà cosa hai sentito quando, per la prima volta, mi sono attaccata ai tuoi capezzoli e ho tirato forte. Chissà cosa hai provato quando mi hai accolto, quando sono affondata nella morbidezza dei tuoi seni, quando mi sono aggrappata a te come un cucciolo spaurito. Chissà se mi hai sentito quando ti ho restituito, ribaltando la generazione, i gesti materni con mani e baci di figlia. Chissà se in quell’abbraccio ti ho contraccambiato l’amore di questi anni. Mi guardo di nuovo, riflessa nello specchio, e ti vedo affiorare fra le rughe del mio viso. E’ bene che mi scaraventi sotto l’acqua della doccia e che raffreddi il mio corpo e i miei pensieri.
domenica 5 luglio 2009
Sulle note di Gabriel Yared
Si rompe l’avvolgibile della persiana e la tapparella viene scaraventata giù murandomi nella mia camera da letto, senza lasciare neppure uno spiraglio di aria notturna che rinfreschi la mia notte. Non resisto in quella stanza con quell’aria densa e soffocante. Mi sposto in sala, non so, forse stasera dormirò sul divano, per permettermi almeno di respirare. Nonostante siano quasi le due mi sembra ancora presto per dire addio a questa intensa giornata. Scrivo, torno a scrivere. Prima su un foglietto ingiallito che trovo sulla scrivania, poi dietro uno scontrino del fornaio, adesso qui, in questa pagina immaginaria. Accendo il computer e mi avvolgo nell’intensa melodia della musica di Gabriel Yared. Assaporo le emozioni di queste due piacevoli serate, in una Follonica così amata in questo periodo dell’anno. Penso ai miei piedi liberi dai sandali affondati nella sabbia fresca, ad una birra sorseggiata lentamente fra parole sbiascicate in compagnia, a quel mare piatto illuminato dalla luce notturna, a quel piccolo bar sul lungomare che sembra avermi riportato un po’ a me stessa. Stasera mi chiedo perchè io continui ad impormi delle camaleontiche metamorfosi che non so sopportare, stasera capisco il segno profondo di disagio ed estraneità che percepisco ad indossare certe maschere, a ricercare certe movenze che parlano di una Barbara che non sono io. Mi sento stasera, mi percepisco, mi appartengo. Stasera davvero non cambierei una virgola del mio viso, del mio corpo, del mio seno, delle mie mani, non indosserei altri abiti se non questi, non trasformerei le mie parole, il tono della mia voce, il mio modo di muovermi, di stare in mezzo agli altri. Ieri, spostandomi da Massa Marittima verso Grosseto, ho guidato lungo quella strada in mezzo alla campagna che accompagna le forme di un piccolo lago e che attraversa tortuosa i vigneti e i prati di questa Maremma per me ancora amara e tremendamente paludosa. Ho pensato che erano quasi vent’anni che non passavo di là. Mi appartengo nel riuscire a tratteggiare una linea immaginaria che lega la Barbara di oggi a quella di quegli anni. Mi appartengo perché non trasformerei una nota della mia melodia, da quelle più intense a quelle più stonate. Mi appartengo perché nell’immergermi nell’atmosfera ansiogena e magica degli esami di maturità ritorno con la mente a quel luglio del 1993 e scopro che ho disegnato un percorso lineare, uniforme e coerente pur nel suo essere intimamente contorto e attorcigliato su se stesso. Stasera assaporo il piacere del riconoscimento, il piacere del mio stesso rispecchiamento. Stasera sembra che percepisca l’esaurirsi di una fase convulsa che mi allontanava da me stessa e mi sento felice. E vedo mia madre, con l’espressione di enorme preoccupazione con cui l’ho percepita nell’ultimo sogno, in cui mi chiedeva ripetutamente di non piangere. Non ce la faccio a dormire sul divano. Ma forse non ce la faccio a dormire.
mercoledì 10 giugno 2009
Nella città del Tutto
Affronto gli ultimi giorni di scuola con le stesse altalenanti sensazioni degli ultimi anni, vivo la chiusura di questo anno scolastico con la mia solita abitudine nello stendere bilanci , con il mio istintivo sforzo di denudare la mia coscienza, scoprendo errori, passi falsi, cedimenti. Da questa appassionata lettura di me stessa emerge un anno vissuto al massimo dell’intensità, un anno di dolore immenso, ma di grande lavoro sulle mie debolezze e le mie emozioni. La mineralogia del pensiero a cui sempre mi sottopongo, il “sospetto” a cui consacro l’interpretazione del mio mondo, hanno regalato tesori. Una grande forza, un vivido entusiasmo per il mio lavoro, una coriacea fiducia nelle mie scelte passate, nelle mie partenze e nei miei abbandoni. Eppure ieri sera, mentre in macchina tornavo a casa, non riuscivo a cancellare un’ombra di amarezza e di insoddisfazione, un senso oscuro di incompletezza. Annaspo nel cercare una totale congruenza fra i miei propositi e le mie scelte, fra i miei desideri e le mie azioni, fra il copione che avevo steso per la mia recita e la messa in scena finale. Non riesco a vedere il tutto in cui vorrei immergermi, non riesco a dipingere il mio ritratto con tutti i colori che vorrei. Sento che mi sfuggono alcune sfumature e percepisco che la vittima delle riflessioni di stasera è il senso completo e appagante dell’integrità. Arrivata a casa dedico alcuni minuti a ripensare la lezione successiva ed anche qui registro il fallimento nella ricerca di una perfetta compiutezza, di una omogenea totalità. Tutti i fogli davanti a me, sparsi sul tavolo di cucina: devo scegliere che cosa spiegare domani, come concentrare in un’ora le mille informazioni che vorrei comunicare ai miei studenti, tutto mi sembra importante, ogni riga mi sembra degna di citazione, ogni censura mi appare un oltraggio. Capisco che c’è una sottile corrispondenza tra questo momento e quello appena passato, che il mio lavoro è metafora della mia vita, che c’è una profonda sintonia tra la Barbara donna e la Barbara insegnante. Vorrei sempre che non mi sfuggisse nulla, vorrei sempre non omettere neppure una frase, vorrei sempre non cancellare neppure una virgola. Volendo sempre un tutto, un’uniforme pienezza, vivo ogni sottrazione e ogni mancanza con senso di sconfitta e di disagio. Con questi pensieri che affollano la mia mente ad un’ora inoltrata, prendo tra le mani un saggio di Sigmund Freud per l’ultima lezione di filosofia e leggo tra le fitte righe: “la sola interpretazione sicura è dunque l’incompletezza”. Non c’è un libro che non contenga una frase scritta apposta per me, non c’è libro che non abbia anche un minimo rimando alle mie angosce e alle mie domande. Devo arrendermi, devo cedere alla parzialità e all’incompiutezza. E, ancora tra i libri, riprendo in mano una frase di Calvino di cui parlavo qualche sera fa, quando queste riflessioni trovavano eco in quelle altrui:
“Dunque pure nella città del Tutto si è ammessi soltanto attraverso una scelta e un rifiuto, accettando una parte e rinunciando al resto?” Italo Calvino, Il castello dei destini incrociati
“Dunque pure nella città del Tutto si è ammessi soltanto attraverso una scelta e un rifiuto, accettando una parte e rinunciando al resto?” Italo Calvino, Il castello dei destini incrociati
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