lunedì 28 novembre 2011

Socrate, Henry Miller e Feltrinelli store

Torno sempre da Roma piena di libri. Scherzo sempre sulla mia mania di svaligiare le librerie, sulla mia incapacità, inevitabile e quasi scontata, di leggere tutto quello che compro e sui sensi di colpa che poi mi affliggono per non riuscire a rispettare gli impegni che ho preso con me stessa. A volte per fare un po’ di ironia sui miei difetti dico che dentro il mio cervello qualcuno ha installato un “Feltrinelli radar” ad alta definizione, che mi permette di scovare una libreria in qualsiasi città mi trovi, anche la più sconosciuta. A Roma, adoro la Feltrinelli di Torre Argentina: ampia, luminosa, accogliente. Ma, dopo i nuovi lavori di restauro, adesso sul podio delle mie preferenze è arrivata anche quella vicino a Piazza della Repubblica, che non solo ha la stessa quantità di testi, sempre disposti in un ordine maniacale, ma anche degli spazi per i lettori, piccole scrivanie con gli sgabelli su cui ci si può accomodare per consultare un libro prima di comprarlo o leggere i quotidiani del giorno in bella mostra. Mi mancano le librerie delle grandi città, mi mancano i riti di quelle visite, l’odore di quelle pagine, il brulicare di quei lettori. A Orbetello c’è una libreria deliziosa, con dei gestori simpatici e sempre disponibili a ordinare i testi che mi servono, a consigliarmi utili letture, a mettersi a disposizione dei miei studenti. Ma non è una libreria come quelle in cui mi piace perdermi, letteralmente, fino a dimenticarmi da che parte si trova l’uscita. E quando esco, puntualmente mi chiedo come tu possa non incuriosirti al contenuto di quei tesori di carta, che cosa ci potrebbe essere scritto lì per te, per illuminarti l’anima, per prenderti cura di te, come suggerisce quel Socrate che sempre cito e che ti fa imbestialire. E subito dopo mi interrogo se, e soprattutto fino a che punto, quei libri mi abbiano ferita, isolata, mi abbiano aiutata a costruire una identità che stride con il mondo, che mi condanna ad essere sola anche in mezzo alle feste più affollate. E che mi faccia sentire lontano da qualsiasi centro che non sia il mio. Mi sono sforzata di cambiare prospettiva, di mescolarmi, di immergermi, ma ogni volta mi rendo conto che lo sforzo è disumano e pazzesco. E quando cerco di condannare gli altri a metamorfosi innaturali, la delusione è ancora più cocente.

Proprio ieri leggevo qualche riga sull’autobiografia di Henry Miller, “I libri nella mia vita”, dove lo scrittore statunitense conclude che pur non avendo letto come uno studioso aveva letto “almeno cento volte di più di quanto avrei dovuto leggere per il mio bene”. Forse non è accaduta la stessa cosa anche a me? Non è che questa “cura di sé” a cui mi sono dedicata con impegno paziente e meticoloso si è trasformata in una malattia silenziosa e strisciante che mi ha indebolito l’anima anziché il corpo? Stasera avrei voglia io di subire una salutare metamorfosi, di trasformarmi in qualcosa di assolutamente diverso da quella che sono per mimetizzarmi col mondo, per essere meno esigente e meno fragile di fronte ai riconoscimenti. E per essere più felice.

1 commento:

Carlo De Petris ha detto...

Davvero buffo, leggere questo tuo (chiamiamolo così) amore per la carta stampata, proprio a poca distanza da un pessimo articolo di quotidiano che mi è capitato in rete, http://www.liberoquotidiano.it/news/881722/Togliete-i-libri-alle-donne-torneranno-a-far-figli.html

Andando al tuo tema, a me piacerebbe trovare la situazione opposta alla tua: essendo abituato alle Feltrinelli (qui a Napoli, fra le varie, ce n'è una davvero meravigliosa) , non ho idea della "buona libreria del paese" col commesso esperto ed amicone. Mi piacerebbe provarla una volta tanto, una libreria così.

:)