Molino, consapevole del mio amore per la musica, mi ha regalato “Soundtrack ’96-‘06” di Elisa, insieme alla raccolta di De Andrè “In direzione ostinata e contraria”. Le solite raccolte che casualmente si ammassano sul mercato discografico nei giorni di Natale. In questi giorni ho consumato soprattutto il cd di Elisa. Fra tutte le canzoni, una parla proprio di me, della Barbara che si tormenta di pensieri sconnessi e che cerca avidamente una via di uscita ad un malessere che ormai sembra cronico. La trascrivo, anche solo per lasciare traccia dell’amarezza degli ultimi giorni.
Qualcosa che non c'è
Tutto questo tempo
a chiedermi cos’è che non mi lascia in pace
Tutti questi anni a chiedermi se vado veramente bene
così come sono così
Così un giorno ho scritto sul quaderno
io farò sognare il mondo con la musica
non molto tempo dopo non mi bastava fare un salto per
raggiungere la felicità
Ho aspettato a lungo qualcosa che non c’è
invece di guardare il sole sorgere
questo è sempre stato il modo per fermare il tempo e la velocità
Passi svelti della gente
la disattenzione, le parole dette senza l’umiltà
senza cuore, così
solo per far rumore
Ho aspettato a lungo qualcosa che non c’è
invece di guardare il sole sorgere
E miracolosamente non ho smesso di sognare
e miracolosamente non riesco a non sperare
E se c’è un segreto è fare tutto come se
vedessi solo il sole
Un segreto è fare tutto come se
vedessi solo il sole
vedessi solo il sole
vedessi solo il sole
sabato 13 gennaio 2007
domenica 7 gennaio 2007
Il contrario di uno
Scrivendo così, senza trucchi né finzioni, senza nemmeno curarmi di me stessa, spesso partorisco pagine che sfuggono alla mia stessa comprensione, non solo a quella di chi legge. Ma la scrittura è così, ognuno ne raccoglie i frutti che ritiene più saporiti, ognuno ne assapora una parte, scegliendo, dal grumo dei termini versati, a volte confusamente, ciò che è solo in sintonia con se stesso. Questo mi hanno insegnato le ipnotiche poesie di Nalpas, a giocare un po’ a tombola con parole, a pescare nel mucchio, magari casualmente. Stasera scrivo così, pensieri sparsi, sconnessi, facendoli venire piano piano a galla da un me ancora in tempesta, che rischia di schiantarsi sugli scogli. Chiedo scusa a chi perderà del tempo nel leggerli, ma sono le quattro del mattino ed ho perso un po’ di lucidità nel cercare inutilmente di prendere sonno. E’ una notte difficile, che si spinge fino alle luci dell’alba. Galleggiando in un mare di emozioni da sentirmene quasi affogata, cerco di interrogarmi su molte cose, ancora oscure, ancora non attentamente filtrate. Sto negoziando la mia identità, ancora una volta, ancora una volta nel gioco infinito delle relazioni. Mi chiedo che cosa rappresentino oggi per me, quali siano gli altri significativi a cui aggrapparmi, quali gli altri con cui dialogare, a chi dare spazio, a chi aprire la porta, a chi, invece, rendere difficile il varco. Sarà bene che decida quali carte scartare dal mazzo, quali siano o meno necessarie a farmi portare avanti la partita, senza subire rovinose sconfitte.
Ho studiato un po’ Charles Taylor nei giorni scorsi, soffermandomi sulle dense pagine a commento della Fenomenologia. Torna, di nuovo, nelle riflessioni quotidiane, il tema caro del rispecchiamento. Io mi cerco/vedo in te, io mi rispecchio nel tentativo di dare spessore ad un essere, il mio, che non sarebbe tale se non grazie alle mie relazioni dialogiche. Si pensa alla filosofia alle quattro e mezzo di mattina in questa casa, in mancanza di qualcosa di meglio. Ma non si riflette su un argomento causale, si ricostruiscono i nessi di una riflessione su un tema così centrale alla Barbara di oggi, quello nodale del riconoscimento, della dualità, in primo luogo materna. Mi chiedo cosa cerchi nell’altro e mi soffermo ad analizzare le delusioni che si rapprendono sulla mia anima, fino a soffocarla. Penso a quel passaggio segreto che si crea nell’intersezione delle parole e degli sguardi, passaggio segreto ma privilegiato attraverso cui si aprono un varco i non detti, le emozioni trattenute, la paure taciute, le speranze faticosamente ordite. Pesa questa solitudine, come mai prima d’ora. E pesa questa mancanza di coraggio che mi rende ancora schiava delle solite dinamiche, per me tremendamente assassine.
“Due non è il doppio ma il contrario di uno.
Due è alleanza, filo doppio che non è spezzato”
Erri De Luca, Il contrario di uno
Ho studiato un po’ Charles Taylor nei giorni scorsi, soffermandomi sulle dense pagine a commento della Fenomenologia. Torna, di nuovo, nelle riflessioni quotidiane, il tema caro del rispecchiamento. Io mi cerco/vedo in te, io mi rispecchio nel tentativo di dare spessore ad un essere, il mio, che non sarebbe tale se non grazie alle mie relazioni dialogiche. Si pensa alla filosofia alle quattro e mezzo di mattina in questa casa, in mancanza di qualcosa di meglio. Ma non si riflette su un argomento causale, si ricostruiscono i nessi di una riflessione su un tema così centrale alla Barbara di oggi, quello nodale del riconoscimento, della dualità, in primo luogo materna. Mi chiedo cosa cerchi nell’altro e mi soffermo ad analizzare le delusioni che si rapprendono sulla mia anima, fino a soffocarla. Penso a quel passaggio segreto che si crea nell’intersezione delle parole e degli sguardi, passaggio segreto ma privilegiato attraverso cui si aprono un varco i non detti, le emozioni trattenute, la paure taciute, le speranze faticosamente ordite. Pesa questa solitudine, come mai prima d’ora. E pesa questa mancanza di coraggio che mi rende ancora schiava delle solite dinamiche, per me tremendamente assassine.
“Due non è il doppio ma il contrario di uno.
Due è alleanza, filo doppio che non è spezzato”
Erri De Luca, Il contrario di uno
mercoledì 3 gennaio 2007
Stroud Green Road

E’ tornata nei miei pensieri, ha percorso i miei nervi e ha attraversato la mia mente, squassandola e lasciandola esausta, come assetata, ma incapace di dissetarsi. Oggi pomeriggio ho finalmente inviato a Niahm i soldi residui per il pagamento delle bollette. Sono stata alla posta per effettuare il vaglia e scorrendo con gli occhi gli agenti autorizzati per il Money Gram di Londra, lo sguardo si è posato su un per me anonimo negozio in Stroud Green Road. La mia strada, la mia Stroud Green Road. Chissà qual è il negozio autorizzato. Forse il bar vicino alla stazione della metro, gestito dal signore eritreo che mi accoglieva con il suo imperfetto italiano, o forse è quel malconcio negozietto della famiglia turca. Chi l’avrebbe mai detto che, oltre all’aglio, alla cipolla e alle verdure mezze ammuffite aveva l’autorizzazione per la riscossione dei vaglia internazionali?
O magari è solo uno di quei tanti alimentari di cui avrei dovuto fotografare almeno una vetrina, con quelle banane annerite perennemente ammassate e mai vendute. Ma non c’è nessuno a Londra che mangi la marmellata di banane?
Era una strada che amavo percorrere, in tutta la sua lunghezza, su entrambi i lati. Mi piaceva il brusio che usciva dai negozi, il chiasso dei passanti, mi piaceva il senzatetto davanti al Tesco con la sua copia del TheBigIssue ad elemosinare qualche pennies, mi piaceva sbirciare dentro quell’agenzia alla ricerca di un volto caro.
Non so, stasera, se accogliere questi pensieri con un saluto di benvenuto o scacciarli come i peggiori nemici, arrivati a minacciare la pace. Mi manca, la mia Stroud Green Road. Mi manca tutto di quella città e mi manca la Barbara che vi ho sepolto, chissà dove, chissà perché.
martedì 2 gennaio 2007
Ancora una volta...illeggibile
Datemi un nuovo dizionario, insegnatemi un nuovo alfabeto per decifrarmi, suggeritemi le strategie di una traduzione, indicatemi le tappe di uno svelamento, mostratemi la soluzione di un enigma. Che orrore ritrovarsi, ancora una volta, illeggibile. Forse ho solo sovrapposto linguaggi diversi, ho tracciato note opposte sullo stesso spartito, così che la lettura diventa impossibile e la melodia dissonante. Ogni Barbara lascia segno con i propri caratteri sovrapponendoli, tracciando le linee di una molteplicità, di una divisione, di una perenne lacerazione e rendendo poi difficile, quasi impossibile, una se pur ipotetica decodificazione. I miei plurali linguaggi sono quelli della dimensione reale e onirica che tracciano una ragnatela di significati tra i quali, anziché farmi strada, rischio di rimanere avviluppata, come in una morsa assassina. Rimanere attaccata alla terra, ancorata al concreto; abbandonare questo zingaresco fuggire, da un luogo all’altro, come alla ricerca di un po’ di pace, nonchè evitare di sgranare un rosario di sogni, una catena luttuosa di desideri sacrificati.
lunedì 25 dicembre 2006
Divertimento, un vino di Toscana
Venerdì sono stata a Siena per festeggiare il compleanno di Cristina. Al ristorante mi sono un po' stordita con un ottimo vino toscano. Ne riporto, fedele, l'etichetta...che parla molto della mia terra di Toscana.
"Essere contadino a Dievole non vuol dire soltanto saper vangare, zappare, arare, seminare, potare, mietere, vendemmiare, vuol dire soprattutto avere mani per mescolare le zolle alle nuvole, per far tutt'una cosa del cielo e della terra.
Divertimento è di quei vini che piacciono ai chiacchieroni, che riempie la bocca di parole spicciole, sdrucciolevoli, facili e dolci, rotondette e rimbalzanti, che scivolano fuor della bocca, tanto sono umide di saliva, senza consumare le labbra - ribodoli, stornelli, cicalate, arguzie facili.
Divertimento salva l'antica e nobile tradizione di una Toscana popolare sfrontata e sboccata, allegra e insolente. Divertimento è prepotente nel frutto e arguto nel temperamento, manesco e insieme amante delle parole".
Buon vino a tutti e a tutte.
"Essere contadino a Dievole non vuol dire soltanto saper vangare, zappare, arare, seminare, potare, mietere, vendemmiare, vuol dire soprattutto avere mani per mescolare le zolle alle nuvole, per far tutt'una cosa del cielo e della terra.
Divertimento è di quei vini che piacciono ai chiacchieroni, che riempie la bocca di parole spicciole, sdrucciolevoli, facili e dolci, rotondette e rimbalzanti, che scivolano fuor della bocca, tanto sono umide di saliva, senza consumare le labbra - ribodoli, stornelli, cicalate, arguzie facili.
Divertimento salva l'antica e nobile tradizione di una Toscana popolare sfrontata e sboccata, allegra e insolente. Divertimento è prepotente nel frutto e arguto nel temperamento, manesco e insieme amante delle parole".
Buon vino a tutti e a tutte.
venerdì 22 dicembre 2006
La lingua dell'abbandono
Il silenzio parla. Mi parla. Mi parla una lingua che non riuscirò mai a decifrare, quella sterile dell’abbandono. Io che spesso mi sento una giocoliera di parole, non riesco a comprendere coloro che non le modulano. Ma cosa mi dicono i silenzi? Mi parlano forse di una fuga, di una rescissione, di un rifiuto di condivisione? Non sopporto il muto abbandono e ne preferisco uno amaro, ma gridato e sincero. Vi prego dissotterrate le parole, date loro respiro, fatele decantare ed assaporatene il gusto, per quanto aspro. Vi prego pesatele quando le pronunciate, dando corposità ad ogni singola parola e valore ad ogni singola sillaba, accordando ogni suono con quelli del mio io più profondo, se ne avete sentore. Abbandonatevi alla circolarità del sentire, dello spartire e patire le cose con gli altri, tutto per restituire forza ai legami, anche se recisi.
"Venite, parliamo tra noi
chi parla non è morto,
già tanto lingueggiano fiamme
intorno alla nostra miseria.
Venite, diciamo: gli azzurri,
venite, diciamo: il rosso,
si ascolta, si tende l'orecchio, si guarda,
chi parla non è morto.
Solo nel tuo deserto,
nel tuo raccapriccio di sirti,
tu il più solo, non petto,
non dialogo, non donna
e già così presso gli scogli
sai la tua fragile barca.
Venite, disserrate le labbra
chi parla non è morto"
Gottfried Benn
"Venite, parliamo tra noi
chi parla non è morto,
già tanto lingueggiano fiamme
intorno alla nostra miseria.
Venite, diciamo: gli azzurri,
venite, diciamo: il rosso,
si ascolta, si tende l'orecchio, si guarda,
chi parla non è morto.
Solo nel tuo deserto,
nel tuo raccapriccio di sirti,
tu il più solo, non petto,
non dialogo, non donna
e già così presso gli scogli
sai la tua fragile barca.
Venite, disserrate le labbra
chi parla non è morto"
Gottfried Benn
giovedì 21 dicembre 2006
Emily Dickinson
Oggi questa poesia di Emily Dickinson parla di me, la trascrivo:
Mai che io senta la parola 'fuga'
senza che mi tremino i polsi
senza che subito mi prenda un senso d'attesa,
senza che mi senta pronta ad andare!
Mai che io senta di grandiose prigioni
da soldati abbattute, senza che invano
mi metta a scuotere le sbarre, come un bambino
condannato ancora una volta a non farcela!
(1859)
Mai che io senta la parola 'fuga'
senza che mi tremino i polsi
senza che subito mi prenda un senso d'attesa,
senza che mi senta pronta ad andare!
Mai che io senta di grandiose prigioni
da soldati abbattute, senza che invano
mi metta a scuotere le sbarre, come un bambino
condannato ancora una volta a non farcela!
(1859)
Di nuovo i sensi di colpa....
Giornata grigia, umida. Mentre al di là della finestra scende una pioggia dissetante, in casa c’è la lotta degli odori, oltre a quella dei contrari. Mi chiedo chi sono oggi, cercando di attraversare i contrari che mi contraddistinguono, in una perenne lacerazione. E’ polemos, oggi, è una stancante altalena di andare e stare, di piangere e sorridere, di trattenersi e perdersi.
Dovrei mettere la pentola sul fuoco e preparare la cena, accorta a non cedere alle tentazioni, come oggi a pranzo, attenta nel ricordare i passi pesanti che mi schiacciano la testa e che sono immancabili, dopo qualche innocuo piacere. Impavida una ragnatela dondola dal soffitto…quando mi deciderò a pulire?
La lotta degli odori. E’ l’odore dei broccoli appena lessati che adesso sembra avere avuto la meglio su quello del fumo, che oggi sembra voler uscire da un indisciplinato camino. Il pensiero oggi sembra l’unica solida certezza, nonostante anch’esso vacilli, oscillando tra i poli del mio essere, di nuovo in battaglia. Così oggi, finalmente, mi concentro su quei pensieri, troppo a lungo fuggiti, ostinatamente rimossi, a ricerca di protezione, tutela. Oggi la vedo e la sento, invadente, capace di scompaginare ogni attimo di calma, di terremotare ogni solida fiducia e certezza, di risvegliare ogni riposo di noi e fra noi. Tornare in me, tornare a te, madre.
Ho sempre pensato che fosse debole nel corpo, lei, così forte nell’anima; ho sempre pensato che sarebbe crollata sotto i colpi di tanti pensieri, pensieri sempre rivolti all’altrui alla ricerca di una totale fusione, nella rinuncia allo scarto. Ho sempre pensato che avesse bisogno di un po’ più di calore e che io avrei dovuto prestare più attenzione. Attenzione? Non avremmo dovuto, forse, consumare questa relazione nell’ascolto, tendere l’orecchio attento alla ricerca di sottili richieste, ricoprire di maggiori attenzioni colei che di così tante accortezze ci ha sempre omaggiato negli anni? Non avremmo dovuto osservare con più cura e prudenza i segnali costanti che il suo muto corpo ci inviava, forse gridandoli, ad intervalli quasi costanti? Non avremmo dovuto rispondere con entusiastici “sì” a certe sue apparentemente futili richieste?
Non avrei dovuto, io, così edipicamente attaccata alla sua maestosa corazza, nutrirmi e proteggermi maggiormente in lei, sena divorarne la forza? Non avrei dovuto, almeno io e prima di adesso, capire il suo faticoso abitare il mondo da donna ed offrire anche le mie spalle per reggerne il peso?
E lei ancora continua a cercare in me un appoggio, a chiedere una conferma. Anche “in un giorno felice”, come dice lei, ha dovuto dubitare che io esultassi alla notizia di una spesa tanto sconsiderata, quanto per me attesa. Adesso, invece che tutto il mio amore, vorrei gridarle di smettere di sottomettere scioccamente il sé all’altro, come ha sempre fatto, e di imparare dagli errori e dalle sviste del passato, resi possibili dal nostro differire in un tempo non infinito ma incerto un nostro brusco congedo.
Dovrei mettere la pentola sul fuoco e preparare la cena, accorta a non cedere alle tentazioni, come oggi a pranzo, attenta nel ricordare i passi pesanti che mi schiacciano la testa e che sono immancabili, dopo qualche innocuo piacere. Impavida una ragnatela dondola dal soffitto…quando mi deciderò a pulire?
La lotta degli odori. E’ l’odore dei broccoli appena lessati che adesso sembra avere avuto la meglio su quello del fumo, che oggi sembra voler uscire da un indisciplinato camino. Il pensiero oggi sembra l’unica solida certezza, nonostante anch’esso vacilli, oscillando tra i poli del mio essere, di nuovo in battaglia. Così oggi, finalmente, mi concentro su quei pensieri, troppo a lungo fuggiti, ostinatamente rimossi, a ricerca di protezione, tutela. Oggi la vedo e la sento, invadente, capace di scompaginare ogni attimo di calma, di terremotare ogni solida fiducia e certezza, di risvegliare ogni riposo di noi e fra noi. Tornare in me, tornare a te, madre.
Ho sempre pensato che fosse debole nel corpo, lei, così forte nell’anima; ho sempre pensato che sarebbe crollata sotto i colpi di tanti pensieri, pensieri sempre rivolti all’altrui alla ricerca di una totale fusione, nella rinuncia allo scarto. Ho sempre pensato che avesse bisogno di un po’ più di calore e che io avrei dovuto prestare più attenzione. Attenzione? Non avremmo dovuto, forse, consumare questa relazione nell’ascolto, tendere l’orecchio attento alla ricerca di sottili richieste, ricoprire di maggiori attenzioni colei che di così tante accortezze ci ha sempre omaggiato negli anni? Non avremmo dovuto osservare con più cura e prudenza i segnali costanti che il suo muto corpo ci inviava, forse gridandoli, ad intervalli quasi costanti? Non avremmo dovuto rispondere con entusiastici “sì” a certe sue apparentemente futili richieste?
Non avrei dovuto, io, così edipicamente attaccata alla sua maestosa corazza, nutrirmi e proteggermi maggiormente in lei, sena divorarne la forza? Non avrei dovuto, almeno io e prima di adesso, capire il suo faticoso abitare il mondo da donna ed offrire anche le mie spalle per reggerne il peso?
E lei ancora continua a cercare in me un appoggio, a chiedere una conferma. Anche “in un giorno felice”, come dice lei, ha dovuto dubitare che io esultassi alla notizia di una spesa tanto sconsiderata, quanto per me attesa. Adesso, invece che tutto il mio amore, vorrei gridarle di smettere di sottomettere scioccamente il sé all’altro, come ha sempre fatto, e di imparare dagli errori e dalle sviste del passato, resi possibili dal nostro differire in un tempo non infinito ma incerto un nostro brusco congedo.
martedì 5 dicembre 2006
Percorsi di memoria
Qualche giorno fa ho lavorato solo le prime due ore, impegnandomi insieme ai ragazzi di terza in una lezione su “Il mondo come volontà e rappresentazione”. Le altre classi si sono aggiunte al “gregge” degli scioperanti, come protesta contro il mancato funzionamento dei riscaldamenti. La scuola non è cambiata molto, almeno in questo, rispetto a quindici anni fa, quando Molino infiammava gli studenti in quel vialetto davanti all’ingresso e ci regalava quasi una settimana di sciopero per la guerra in Iraq del 1991. E anche se c’erano molti gesti che rivedo ancora oggi, quindici anni fa l’intelligenza di alcuni di noi generava le scarne pagine di Satyagraha, esperienza di grande significato che marcava la mia precoce iniziazione alla politica, nonché un senso di lontananza dal centro confuso e l’ostentato orgoglio di abitare la periferia. Cerco qualcosa di me nei ragazzi di oggi e, nonostante la mia estraneità a certe loro movenze, risento una vicinanza a quell’età informe dell’adolescenza, lunga anche per me, abbandonata non da molto per il territorio, non meno sicuro, dell’adultità. Niente o pochissimo, di alcuni di questi ragazzi, mi parla di quello che Barbara era quasi vent’anni fa: i loro visi abbronzati, quella spasmodica ricerca del vestito all’ultima moda, quegli occhiali da sole perennemente indossati che ti vietano anche un fugace incrocio di sguardi, quella arroganza ostentata, quel pretendere sempre tutto, ad ogni costo, senza nessun prezzo. Mi sto sforzando, nonostante la pesante e a volte intollerabile estraneità, di tirare fuori il meglio di loro e capitolo, esausta, di fronte ad ogni nuova delusione, come se il successo di questo rapporto pedagogico dipendesse tutto da me. Preferivo la gioventù semplice e fresca di qualche anno fa a cui forse l’aria di montagna dava il senso delle vette da arrampicare a questa gioventù melmosa e paludosa della laguna.
La vicinanza ad alcuni di loro, tuttavia, mi ha permesso, in questi giorni, di ricostruire la Barbara di un tempo, a cui mi sento ancora così aderente, di recuperare memorie e sensazioni attraverso la lettura di vecchie pagine buttate giù con mano infantile, ma già così chiaramente in cerca di quella mineralogia del pensiero che solo la pratica quasi quotidiana della scrittura ti regala. Leggendo e rileggendo quelle pagine ho cercato di ridisegnare i paesaggi che ho abitato, di rintracciare i sentieri che ho percorso, di fronte a quali porte mi sia paurosamente arrestata. E così nei giorni scorsi mi sono quasi commossa a dissotterrare momenti apparentemente nascosti, a riempire le lacune della mia biografia, a recuperare foto dimenticate, a tessere i fili della memoria. Con fatica ho cercato di “rinfrescare” idee e ricordi, le cui deboli tracce rischiano spesso di svanire come immagini inconsistenti di sogno. Chissà che cosa uscirà da questo tentativo di dipanare la matassa del tempo passato e se mai riuscirò ad affrontare con fiducia e entusiasmo la tessitura di una trama futura.
“Le idee della nostra giovinezza spesso muoiono prima di noi. In ciò il nostro spirito somiglia a quelle tombe alle quali ci avviciniamo: si vedono il bronzo e il marmo, ma il tempo ha cancellato le iscrizioni, e le immagini cadono in polvere. Le immagini tracciate nel nostro spirito sono dipinte con colori che svaniscono: se qualche volta non le rinfreschiamo passano e scompaiono interamente” J. Locke, Saggio sull’intelletto umano.
La vicinanza ad alcuni di loro, tuttavia, mi ha permesso, in questi giorni, di ricostruire la Barbara di un tempo, a cui mi sento ancora così aderente, di recuperare memorie e sensazioni attraverso la lettura di vecchie pagine buttate giù con mano infantile, ma già così chiaramente in cerca di quella mineralogia del pensiero che solo la pratica quasi quotidiana della scrittura ti regala. Leggendo e rileggendo quelle pagine ho cercato di ridisegnare i paesaggi che ho abitato, di rintracciare i sentieri che ho percorso, di fronte a quali porte mi sia paurosamente arrestata. E così nei giorni scorsi mi sono quasi commossa a dissotterrare momenti apparentemente nascosti, a riempire le lacune della mia biografia, a recuperare foto dimenticate, a tessere i fili della memoria. Con fatica ho cercato di “rinfrescare” idee e ricordi, le cui deboli tracce rischiano spesso di svanire come immagini inconsistenti di sogno. Chissà che cosa uscirà da questo tentativo di dipanare la matassa del tempo passato e se mai riuscirò ad affrontare con fiducia e entusiasmo la tessitura di una trama futura.
“Le idee della nostra giovinezza spesso muoiono prima di noi. In ciò il nostro spirito somiglia a quelle tombe alle quali ci avviciniamo: si vedono il bronzo e il marmo, ma il tempo ha cancellato le iscrizioni, e le immagini cadono in polvere. Le immagini tracciate nel nostro spirito sono dipinte con colori che svaniscono: se qualche volta non le rinfreschiamo passano e scompaiono interamente” J. Locke, Saggio sull’intelletto umano.
lunedì 4 dicembre 2006
...quando l'ora del lupo guaisce.....
Ecco l’ora del lupo. Sono a letto e non riesco a prendere sonno, nonostante sappia che la sveglia, anche domani, mi attende prima dell’alba. Scrivo pensieri sparsi su un foglio di carta in attesa di una forma più compiuta e di una trascrizione più precisa che ci sarà, magari domani, una volta decantato il tutto. Mulinelli e vortici di sensazioni mi scompaginano i mille pensieri. Pensieri che stanotte si rincorrono in una corsa stentata, in una interminabile staffetta in cui ogni riflessione lascia il testimone ad un’altra rendendo impossibile, per ognuna di loro, arrivare al traguardo. Queste corse interrotte mi impediscono di mettere a fuoco: nessuno di questi pensieri notturni si rende pienamente leggibile, traducibile ai miei linguaggi, inseribili in uno schizzo decifrabile.
I miei pensieri non sono altro che pezzi sparsi di me che oggi ho così difficilmente ricercato dopo aver percepito, nei giorni scorsi, nuovi ed inattesi cedimenti, nonostante una sicurezza di fondo che mi ha permesso di affrontarli ogni volta. Adesso capisco che, nonostante questa apparente padronanza di me stessa, lo strato su cui cammino è ancora tremendamente sottile. Così in queste ore insonni mi sto chiedendo quando profonda e melmosa possa essere la palude che si apre sotto i miei piedi. Ieri notte ho sognato proprio questo, i miei piedi tremendamente pesanti ed un pavimento fragilissimo, incapace a reggerne il peso. Sento ancora la mollezza delle mattonelle che si sbriciolano sotto i miei passi e io che riesco a guardare da una fessura apertasi sotto i miei piedi il baratro che si apre sotto di me. Le mie notti sono di nuovo abitate dai sogni che mi angosciavano prima della mia fuga dall’Università, prima della rottura della mia relazione, prima della mia fuga a Londra. Ancora sogno viaggi in macchina alla ricerca di una meta incerta, ancora sogno un buio fittissimo e io che cerco di farmi luce, cercando aiuto in chi so essere eternamente presente. Mi chiedo se un giorno, al di là di tutto questo, riuscirò mai a scovare dentro di me una parola inedita, inconsueta, spudorata che sappia illuminare tutto questo e allontanare questa nebbia, capace di stanare la vita nei suoi luoghi più silenziosi e darmi un po’ di luce.
I miei pensieri non sono altro che pezzi sparsi di me che oggi ho così difficilmente ricercato dopo aver percepito, nei giorni scorsi, nuovi ed inattesi cedimenti, nonostante una sicurezza di fondo che mi ha permesso di affrontarli ogni volta. Adesso capisco che, nonostante questa apparente padronanza di me stessa, lo strato su cui cammino è ancora tremendamente sottile. Così in queste ore insonni mi sto chiedendo quando profonda e melmosa possa essere la palude che si apre sotto i miei piedi. Ieri notte ho sognato proprio questo, i miei piedi tremendamente pesanti ed un pavimento fragilissimo, incapace a reggerne il peso. Sento ancora la mollezza delle mattonelle che si sbriciolano sotto i miei passi e io che riesco a guardare da una fessura apertasi sotto i miei piedi il baratro che si apre sotto di me. Le mie notti sono di nuovo abitate dai sogni che mi angosciavano prima della mia fuga dall’Università, prima della rottura della mia relazione, prima della mia fuga a Londra. Ancora sogno viaggi in macchina alla ricerca di una meta incerta, ancora sogno un buio fittissimo e io che cerco di farmi luce, cercando aiuto in chi so essere eternamente presente. Mi chiedo se un giorno, al di là di tutto questo, riuscirò mai a scovare dentro di me una parola inedita, inconsueta, spudorata che sappia illuminare tutto questo e allontanare questa nebbia, capace di stanare la vita nei suoi luoghi più silenziosi e darmi un po’ di luce.
mercoledì 15 novembre 2006
Tempo di raccolta: olive e ricordi

Settimana di raccolta, quella appena passata. Questa volta mio padre ha dovuto contare quasi soltanto sulle sue forze e su quelle sempre meno energiche di Adelmo. Io e Molino siamo stati poco presenti, oberati sempre di più lui di lavoro e io di studio. Così sabato mattina mi sono ritrovata a modellare movenze antiche che hanno segnato lo scorrere impercettibile degli anni e che danno di nuovo voce ad un’infanzia e un’adolescenza, ancora così presenti oggi. Nel muovere le mie mani su quei rami da cui facevo cadere perle preziose, poco o nulla sembra cambiato da quegli anni, come se lo scorrere delle stagioni fosse passato impercettibile sulle nostre vite, come se nessuno dovesse crescere, invecchiare, soffrire, temere un distacco. Anche l’apparente immobilismo della natura sembra registrare un cambiamento, regalandoci quest’anno un novembre ancora più mite che ci permette di lavorare con maglie leggere e non ci costringe più, come anni fa, ad indossare strati di lana per proteggerci contro il gelo pungente.
Domenica, mentre il lavoro continuava, io e mamma ci siamo regalate alcune ore di coccole avvolgenti e abbiamo cercato di estrarre dai nostri ricordi, cercando di tenerli vivi e in qualche modo consolati, la storia di questo luogo che adesso sto abitando con tanto affetto. Accanto ai piccoli disagi, accanto alla sua presenza che a momenti me lo rende inabitabile, questo spazio parla delle mie radici e mi regala un rapporto diverso con la mia adolescenza da cui mi congedo con tanta lentezza. Così mentre mio padre si dedicava alla raccolta delle olive, per regalarci un olio profumato e corposo, io e mamma abbiamo radunato i segni di questa casa, recuperando le voci e i volti di chi l’ha abitata, ricostruendone una genealogia e dissotterrando le memorie più lontane. E così, in un gioco di rimandi continui, i nostri ricordi si richiamavano l’un l’altro, e alle mie immagini di estati giocose e di lucciole facevano eco i profumi dei dolci appena sfornati, insieme a quello delle lenzuola stese ad asciugare sul grano già falciato.
Forse è per questo che da domenica la immagino piccola, nuda, in piedi sul lavandino di cucina, dispettosa come tutti i bambini, a far cadere come un domino quei piccoli bicchieri di vetro messi in fila su quella mensola che ora non c’è più ma che la mia mente adesso ha disegnato al posto di quello scaffale. Ed insieme a lei la mia mente, aiutata dalle scarne immagini impresse sulla carta, partorisce il viso di una bisnonna immaginaria, di cui porto, nascosti, i segni nei miei nomi, e che avrei voluto resuscitare nominando una figlia che non c’è.
“L’affetto è un rifugio e una difesa. L’amore è un esporsi e un rivelarsi. La solitudine è la prova della verità: senza intermediari. Se non si sopporta la solitudine non si sopporta se stessi. Mi amo e mi detesto, mi desidero e mi faccio paura”
Carla Lonzi, Taci, anzi parla. Diario di una femminista.
domenica 12 novembre 2006
Confini
Mi sono svegliata presto, con l'ennesima emicrania e la solita inquietudine. Prima di pranzo ho sfogliato, per l’ennesima volta, alcuni libri di Lea Melandri, tendando di recuperare i preziosi ingrendienti della sua densa scrittura. Tento di mettere ordine nei miei pensieri notturni e di incanalare gli altri in sentieri meno ripidi, cercando quasi la pace di una anestesia emotiva. Sto percependo un insostenibile senso di accerchiamento: angoscia antica, sensazione già vissuta, che apre la strada alla solita domanda: e la via di uscita? Dove individuarla, adesso? Anche la riposta si ripete: stare presso di sé, dare corpo ai pensieri nelle parole scritte.
Devo comprendere con attenzione dove passa il confine tra quello che devo a lei e quello che devo riservare a me stessa, nel tentativo di restituirle l’amore e le attenzioni senza però smarrirmi. Mesi fa ho pianto alla rivelazione che per salvarmi avrei dovuto costruire solidi confini, che avrei dovuto staccarmi dal tepore delle abitudini e delle convenzioni, che avrei dovuto urlare a me stessa, a squarcia gola, "io". Oggi questi confini si sono di nuovo fatti estremanente incerti, labili, fluttuanti e non riesco più ad individuarli, sentendomi perduta in un territorio immenso che non si lascia trattenere dallo sguardo. I miei confini incerti sono quelli tra me e loro, tra me e Molino, tra me e i miei ragazzi. La fatica di oggi è quella di rintracciarli, è l'abbozzare trincee che mi garantiscano una rassicurante separazione, solo per salvarmi.
Devo comprendere con attenzione dove passa il confine tra quello che devo a lei e quello che devo riservare a me stessa, nel tentativo di restituirle l’amore e le attenzioni senza però smarrirmi. Mesi fa ho pianto alla rivelazione che per salvarmi avrei dovuto costruire solidi confini, che avrei dovuto staccarmi dal tepore delle abitudini e delle convenzioni, che avrei dovuto urlare a me stessa, a squarcia gola, "io". Oggi questi confini si sono di nuovo fatti estremanente incerti, labili, fluttuanti e non riesco più ad individuarli, sentendomi perduta in un territorio immenso che non si lascia trattenere dallo sguardo. I miei confini incerti sono quelli tra me e loro, tra me e Molino, tra me e i miei ragazzi. La fatica di oggi è quella di rintracciarli, è l'abbozzare trincee che mi garantiscano una rassicurante separazione, solo per salvarmi.
venerdì 10 novembre 2006
I feudi di Via del Parione
Alcune settimane fa sono tornata, dopo cinque mesi, a Firenze. Volevo scrivere qualche riga per lasciarne traccia, ma questa volta è stata l’euforia e un inedito senso di onnipotenza a tenermi alla larga dalla scrittura. Ho rivisto persone a me molto care ed ho dormito in quelle “piccole stanze” che mi hanno protetta e coccolata nella fase più difficile, ma nello stesso tempo più importante, della mia vita.
Prima di andare a cena ho manifestato il desiderio (irrazionale forse?) di percorrere dall’inizio alla fine Via del Parione, certa che a quell’ora tarda sarebbe stato quasi impossibile imbattermi in uno spiacevole incontro. Ho così percorso con lo sguardo luoghi a me familiari ed ho gioito al pensiero che tutto questo appartenesse al passato, un passato di cui non sono ancora pienamente libera, che inquina i miei sogni e che mi interpella ancora con scoccianti domande. Ogni passo compiuto su quel lastricato era accompagnato da una frase: sono libera, adesso lo sono davvero, sono di nuovo libera e sono di nuovo mia.
Esattamente tre mesi fa ho inviato a tutti la lettera di licenziamento, scritta in una Londra che mi ha dato la forza e la tenacia di scoprirmi e di eliminare quel velo di ipocrisia che avevo tessuto sopra il mio essere più autentico. Da due mesi sono di nuovo un’insegnante di Liceo. Percorro chilometri ogni mattina alzandomi all’alba, per raggiungere la scuola e mi convinco, ogni giorno, nonostante le difficoltà e i piccoli insuccessi, che non potrei fare altro se non questo. Ogni giorno, al ritorno a casa, penso a cosa staranno facendo i miei ex colleghi fiorentini e mi chiedo se avranno avuto il permesso di pranzare o se, ancora una volta, si saranno dovuti piegare alle sue uniche ed insormontabili esigenze. E allora penso a quel Dipartimento, ripenso all’inferno. E allora mi viene voglia di scriverne, anche perché questo blog, nella mia mente pre-Londra, avrebbe dovuto intitolarsi “I 57 passi” e contenere il racconto di quei cinque anni assurdi e incomprensibili.
In Dipartimento entravo alle dieci dopo circa mezz’ora di scooter o quaranta minuti di autobus.
Vi si accede con un piccolo ascensore, se ne possiedi le chiavi, altrimenti inerpicandoti su una scala barocca bella quanto il palazzo che lo ospita da moltissimi anni. La scala è un po’ ripida e ti lascia spesso senza fiato percorrerla tutta; non è una grande idea arrivare lì dentro già con il fiatone, visto che ogni volta sai di quante energie hai bisogno per superare l’intera giornata. Superato l’ingresso, fatto capolino negli uffici dei colleghi più cari per un buongiorno celere, controllata la cassetta della posta (che ora ti spetta, perché sei entrata a pieno diritto nel grande mondo degli “incardinati”), entri finalmente in quella stanza e, per prima cosa, ti affacci alla finestra. Così vedi la bellissima corte del palazzo che si affaccia sull’omonimo Lungarno, vedi il fiume, Ponte Vecchio e riesci anche a scorgere Palazzo Pitti e, in lontananza, San Miniato e il Forte Belvedere. Poi pensi che alle dieci, mentre tu stai per accendere il computer e metterti a lavoro, i tuoi colleghi stanno già affollando la Biblioteca Nazionale in attesa di cominciare la loro giornata di studio e di ricerca, stanno aspettando i libri, stanno sfogliando un manoscritto, stanno bestemmiando perché anche di questo volume non si può fotocopiare neppure una pagina.
E’ arrivato il momento di accendere il computer. Se lei arriva pretende che tutti i suoi messaggi di posta siano stati non solo stampati, ma anche letti e selezionati in ordine di importanza. Il feudatario deve arrivare al castello e sapere come organizzare la sua giornata, come disporre le sue truppe sul campo di battaglia, come organizzare le sue alleanze. Anche perché il signore del castello che confina con il nostro sta facendo esattamente lo stesso e, purtroppo, ha anche delle truppe più folte e più fedeli delle sue. Quindi non si può perdere tempo a studiare o in fesserie di tal tipo, bisogna schierarsi. La giornata di lavoro comincia sempre nello stesso modo, con la posta intasata da mille messaggi: ci sono studenti che cercano informazioni sui prossimi esami, che chiedono un programma di studi, le associazioni culturali fiorentine che inviano informazioni sul prossimo evento in programma nonchè i feudatari di tutta la penisola che indagano sugli equilibri della zona, richiedono alleanze, denigrano un rivale.
Dopo un po’ di tempo di vita di Dipartimento, scopri che la cosa più bella che la vita ti possa offrire è quella di trasformarti da cavaliere semplice in cavaliere “incardinato”. Sì, sempre cavaliere sei, pronto a combattere una battaglia senza fine per il tuo feudatario che ricompenserà al meglio la tua fedeltà e la tua fierezza. Ah, finalmente tutto mi è chiaro, illuminato dalla luce della sapienza che l’Università irradia tra i suoi giovani ricercatori. Questa pillola di saggezza mi aiuterà nel cammino difficile della mia carriera…
Quindi, se ho capito bene, la cosa più importante che devo fare è individuare le migliori strategie che mi consentano l’“incardinatura”, che, già dalla parola, sembra una sorta di crocefissione a cui però si va incontro con gioia e giubilo. Finalmente, se sei incardinato, sei parte del feudo a tutti gli effetti e puoi partecipare ai banchetti ed alle assemblee, purchè seduto in ultima fila, rispettando ben bene la gerarchia. E devi chiedere sempre: il permesso per uscire ad un’ora decente, che cosa dire, per chi votare, chi lodare, a chi regalare il tuo ultimo libro oltre a quale vestito sia più adatto per quel convegno. Chiedere sempre, scrutare in continuazione, copiare se ci riesci e, soprattutto, elogiare, anche se questo ti risulta la cosa più difficile da fare, perché vorresti che dalle tue labbra uscissero parole sincere e cristalline di disprezzo anziché di elogio. Infatti, alla fine mi sono arrestata di fronte all’impensabile, di fronte a quello che Virginia Woolf diceva essere il compito più arduo per ogni essere umano: il continuo e perenne nascondimento del disprezzo con la più falsa delle adulazioni. E questa capitolazione, mi ha restituito alla vita.
“Lei converrà che una battaglia che obbliga a indossare la maschera della venerazione per coprire il disprezzo infligge allo spirito umano ferite che nessuna chirurgia potrà guarire”.
Virginia Woolf, Le tre ghinee.
Prima di andare a cena ho manifestato il desiderio (irrazionale forse?) di percorrere dall’inizio alla fine Via del Parione, certa che a quell’ora tarda sarebbe stato quasi impossibile imbattermi in uno spiacevole incontro. Ho così percorso con lo sguardo luoghi a me familiari ed ho gioito al pensiero che tutto questo appartenesse al passato, un passato di cui non sono ancora pienamente libera, che inquina i miei sogni e che mi interpella ancora con scoccianti domande. Ogni passo compiuto su quel lastricato era accompagnato da una frase: sono libera, adesso lo sono davvero, sono di nuovo libera e sono di nuovo mia.
Esattamente tre mesi fa ho inviato a tutti la lettera di licenziamento, scritta in una Londra che mi ha dato la forza e la tenacia di scoprirmi e di eliminare quel velo di ipocrisia che avevo tessuto sopra il mio essere più autentico. Da due mesi sono di nuovo un’insegnante di Liceo. Percorro chilometri ogni mattina alzandomi all’alba, per raggiungere la scuola e mi convinco, ogni giorno, nonostante le difficoltà e i piccoli insuccessi, che non potrei fare altro se non questo. Ogni giorno, al ritorno a casa, penso a cosa staranno facendo i miei ex colleghi fiorentini e mi chiedo se avranno avuto il permesso di pranzare o se, ancora una volta, si saranno dovuti piegare alle sue uniche ed insormontabili esigenze. E allora penso a quel Dipartimento, ripenso all’inferno. E allora mi viene voglia di scriverne, anche perché questo blog, nella mia mente pre-Londra, avrebbe dovuto intitolarsi “I 57 passi” e contenere il racconto di quei cinque anni assurdi e incomprensibili.
In Dipartimento entravo alle dieci dopo circa mezz’ora di scooter o quaranta minuti di autobus.
Vi si accede con un piccolo ascensore, se ne possiedi le chiavi, altrimenti inerpicandoti su una scala barocca bella quanto il palazzo che lo ospita da moltissimi anni. La scala è un po’ ripida e ti lascia spesso senza fiato percorrerla tutta; non è una grande idea arrivare lì dentro già con il fiatone, visto che ogni volta sai di quante energie hai bisogno per superare l’intera giornata. Superato l’ingresso, fatto capolino negli uffici dei colleghi più cari per un buongiorno celere, controllata la cassetta della posta (che ora ti spetta, perché sei entrata a pieno diritto nel grande mondo degli “incardinati”), entri finalmente in quella stanza e, per prima cosa, ti affacci alla finestra. Così vedi la bellissima corte del palazzo che si affaccia sull’omonimo Lungarno, vedi il fiume, Ponte Vecchio e riesci anche a scorgere Palazzo Pitti e, in lontananza, San Miniato e il Forte Belvedere. Poi pensi che alle dieci, mentre tu stai per accendere il computer e metterti a lavoro, i tuoi colleghi stanno già affollando la Biblioteca Nazionale in attesa di cominciare la loro giornata di studio e di ricerca, stanno aspettando i libri, stanno sfogliando un manoscritto, stanno bestemmiando perché anche di questo volume non si può fotocopiare neppure una pagina.
E’ arrivato il momento di accendere il computer. Se lei arriva pretende che tutti i suoi messaggi di posta siano stati non solo stampati, ma anche letti e selezionati in ordine di importanza. Il feudatario deve arrivare al castello e sapere come organizzare la sua giornata, come disporre le sue truppe sul campo di battaglia, come organizzare le sue alleanze. Anche perché il signore del castello che confina con il nostro sta facendo esattamente lo stesso e, purtroppo, ha anche delle truppe più folte e più fedeli delle sue. Quindi non si può perdere tempo a studiare o in fesserie di tal tipo, bisogna schierarsi. La giornata di lavoro comincia sempre nello stesso modo, con la posta intasata da mille messaggi: ci sono studenti che cercano informazioni sui prossimi esami, che chiedono un programma di studi, le associazioni culturali fiorentine che inviano informazioni sul prossimo evento in programma nonchè i feudatari di tutta la penisola che indagano sugli equilibri della zona, richiedono alleanze, denigrano un rivale.
Dopo un po’ di tempo di vita di Dipartimento, scopri che la cosa più bella che la vita ti possa offrire è quella di trasformarti da cavaliere semplice in cavaliere “incardinato”. Sì, sempre cavaliere sei, pronto a combattere una battaglia senza fine per il tuo feudatario che ricompenserà al meglio la tua fedeltà e la tua fierezza. Ah, finalmente tutto mi è chiaro, illuminato dalla luce della sapienza che l’Università irradia tra i suoi giovani ricercatori. Questa pillola di saggezza mi aiuterà nel cammino difficile della mia carriera…
Quindi, se ho capito bene, la cosa più importante che devo fare è individuare le migliori strategie che mi consentano l’“incardinatura”, che, già dalla parola, sembra una sorta di crocefissione a cui però si va incontro con gioia e giubilo. Finalmente, se sei incardinato, sei parte del feudo a tutti gli effetti e puoi partecipare ai banchetti ed alle assemblee, purchè seduto in ultima fila, rispettando ben bene la gerarchia. E devi chiedere sempre: il permesso per uscire ad un’ora decente, che cosa dire, per chi votare, chi lodare, a chi regalare il tuo ultimo libro oltre a quale vestito sia più adatto per quel convegno. Chiedere sempre, scrutare in continuazione, copiare se ci riesci e, soprattutto, elogiare, anche se questo ti risulta la cosa più difficile da fare, perché vorresti che dalle tue labbra uscissero parole sincere e cristalline di disprezzo anziché di elogio. Infatti, alla fine mi sono arrestata di fronte all’impensabile, di fronte a quello che Virginia Woolf diceva essere il compito più arduo per ogni essere umano: il continuo e perenne nascondimento del disprezzo con la più falsa delle adulazioni. E questa capitolazione, mi ha restituito alla vita.
“Lei converrà che una battaglia che obbliga a indossare la maschera della venerazione per coprire il disprezzo infligge allo spirito umano ferite che nessuna chirurgia potrà guarire”.
Virginia Woolf, Le tre ghinee.
lunedì 30 ottobre 2006
Me la sto cavando, nonostante tutto
Dovevo immaginarlo che tutto questo sarebbe stato terribilmente duro. Ma, nonostante tutto, posso dire che me la sto cavando alla grande, facendomi strada con coraggio e ostinazione in questo sempre più intricato labirinto. Ogni via di uscita, poi, si rivela una dolorosissima illusione, di fronte alla quale il mio essere così vulnerabile sembra capitolare.
Non ho cercato conforto nelle righe scritte nelle ultime settimane; la consolazione di un inchiostro virtuale su una pagina altrettanto immaginaria non sarebbe stata sufficiente a contenere il turbinio di pensieri degli ultimi giorni. Ho avuto il terrore di non poter scrivere, di non esserne in grado, di non riuscire a tradurre in parole ciò che trabocca dal mio essere più profondo (ma dove sarà questo essere più profondo, sarà forse quella che molti chiamano “anima”?). Avevo anche pensato di scrivere in terza persona, di parlare di una “lei” anziché di un “me”, nel tentativo di pormi vicino a me stessa, ma in disparte, cercando di osservarmi nello stesso modo in cui osservo gli altri. Poi, di fronte a questa totale paralisi della scrittura, ho preferito il silenzio. In queste settimane di assenza ho vissuto un nuovo spostamento, quello dall’abitazione dei miei alla mia casa in campagna, di nuovo solamente mia. Così mi sono dedicata anima e corpo a rendere questo nuovo spazio da abitare non troppo soffocante e invadente, a far diventare queste pareti meno traboccanti di ricordi. Ho spostato la mia libreria dallo studio alla sala da pranzo/cucina e mi sono spolverata tutti i miei libri, come a volerli accarezzare dopo una lunga lontananza. Ne ho sfogliato avidamente le pagine, nel tentativo di trovare, come sempre cerco in un libro, qualcosa di scritto per me, che illumini le domande di questi giorni e che dia una risposta a questa cronica insicurezza, difficile da dissipare più di qualsiasi altra sensazione. Ho ricominciato anche a godere delle coccole quotidiane della mia gatta che sembra non avermi dimenticato, nonostante il lungo distacco. Sto cercando di liberare questo luogo dai ricordi più recenti e sto tentando di recuperarne quelli arcaici, legati alla mia infanzia, così sapientemente evocata in questi ultimi giorni. Londra è ancora prepotentemente presente. Avevo prenotato un volo per venerdì scorso, nella previsione di trasformare questo lungo ponte in un soggiorno londinese, ma ho deciso di rimandare, avrei resuscitato sensazioni che sto cercando di lasciare silenti e sono certa che non avrei retto a troppi pensieri.
Di lei, volutamente, non parlo e neppure della violenza con cui la paura di perderla mi abbia assalito in questi ultimi giorni, di fronte ad una sofferenza sempre più marcata e palpabile. Ne parlerò più avanti, quando avrò capito come tutto questo stia trasformando alla radice il mio essere figlia ed il mio trasformarmi da figlia in madre affettuosa.
Qua fa ancora un caldo tremendo e io comincio ad esserne un po’ stufa. Ho voglia di accendere il camino, ho voglia di piumino e di stivali, nonché di un po’ di pioggia che porti con sé odore di autunno, per assaporare al meglio vino e castagne.
Non ho cercato conforto nelle righe scritte nelle ultime settimane; la consolazione di un inchiostro virtuale su una pagina altrettanto immaginaria non sarebbe stata sufficiente a contenere il turbinio di pensieri degli ultimi giorni. Ho avuto il terrore di non poter scrivere, di non esserne in grado, di non riuscire a tradurre in parole ciò che trabocca dal mio essere più profondo (ma dove sarà questo essere più profondo, sarà forse quella che molti chiamano “anima”?). Avevo anche pensato di scrivere in terza persona, di parlare di una “lei” anziché di un “me”, nel tentativo di pormi vicino a me stessa, ma in disparte, cercando di osservarmi nello stesso modo in cui osservo gli altri. Poi, di fronte a questa totale paralisi della scrittura, ho preferito il silenzio. In queste settimane di assenza ho vissuto un nuovo spostamento, quello dall’abitazione dei miei alla mia casa in campagna, di nuovo solamente mia. Così mi sono dedicata anima e corpo a rendere questo nuovo spazio da abitare non troppo soffocante e invadente, a far diventare queste pareti meno traboccanti di ricordi. Ho spostato la mia libreria dallo studio alla sala da pranzo/cucina e mi sono spolverata tutti i miei libri, come a volerli accarezzare dopo una lunga lontananza. Ne ho sfogliato avidamente le pagine, nel tentativo di trovare, come sempre cerco in un libro, qualcosa di scritto per me, che illumini le domande di questi giorni e che dia una risposta a questa cronica insicurezza, difficile da dissipare più di qualsiasi altra sensazione. Ho ricominciato anche a godere delle coccole quotidiane della mia gatta che sembra non avermi dimenticato, nonostante il lungo distacco. Sto cercando di liberare questo luogo dai ricordi più recenti e sto tentando di recuperarne quelli arcaici, legati alla mia infanzia, così sapientemente evocata in questi ultimi giorni. Londra è ancora prepotentemente presente. Avevo prenotato un volo per venerdì scorso, nella previsione di trasformare questo lungo ponte in un soggiorno londinese, ma ho deciso di rimandare, avrei resuscitato sensazioni che sto cercando di lasciare silenti e sono certa che non avrei retto a troppi pensieri.
Di lei, volutamente, non parlo e neppure della violenza con cui la paura di perderla mi abbia assalito in questi ultimi giorni, di fronte ad una sofferenza sempre più marcata e palpabile. Ne parlerò più avanti, quando avrò capito come tutto questo stia trasformando alla radice il mio essere figlia ed il mio trasformarmi da figlia in madre affettuosa.
Qua fa ancora un caldo tremendo e io comincio ad esserne un po’ stufa. Ho voglia di accendere il camino, ho voglia di piumino e di stivali, nonché di un po’ di pioggia che porti con sé odore di autunno, per assaporare al meglio vino e castagne.
giovedì 5 ottobre 2006
Emicranie e partenze
Sono giorni che sto combattendo con la mia solita terribile emicrania che sembrava avermi lasciato tranquilla, quanto meno nei mesi londinesi. E’ ancora tremendamente violenta ed impetuosa, con il suo colpirmi per giorni interi, facendosi pesante sulle mie povere tempie ed arcigna, resistente a qualsiasi farmaco. Così anche oggi, appena tornata da scuola, mi sono appoggiata sul divano nel tentativo di placarne l’arroganza, subito dopo aver lasciato a mamma l’onore di punzecchiarmi con una iniezione e sentirsi così un po’ meno malata, non essendo lei, almeno per una volta, l’oggetto dei queste piccole torture. Dovrei studiare per i miei ragazzi e riguardare le lezioni di domani, ma non ce la faccio proprio e non solo per questo dolorosissimo mal di testa. La situazione adesso è davvero pesante, a volte apparentemente ingestibile. La mia attuale vulnerabilità deve oggi confrontarsi, non solo con la malattia di mia madre, ma anche con una serie di dolorose partenze. Ogni persona a me cara che lascia Londra e se ne torna in Italia non fa che richiamarmi alla mente la sofferenza per quel distacco. Risento viva la violenza di quella separazione, con le mie radici che reagiscono allo strappo, come a non voler abbandonare il terreno, così coraggiosamente conquistato. Ma è un’altra partenza che oggi appesantisce i miei giorni, che mi lascerà sola a vivere uno spazio che ero abituata a pensare al plurale e che adesso dovrò abituarmi ad abitare da sola. Spero che quelle pareti riusciranno a contenere il mio malessere e ad alleggerirlo un po’, senza appesantirmi ancora di più.
Mentre sto scrivendo e mentre una leggera brezza invernale entra finalmente dalle finestre, cerco di godermi mia madre che sembra stare leggermente meglio rispetto alla scorsa settimana e resto incantata di fronte all’affetto che mio padre le dimostra quotidianamente, nel nome di un amore che dura da più di quarant’anni e che io osservo stupita ed ammirata.
Domani se riesco faccio un salto a Pisa a dormire da Gio, senza il cui aiuto tutto questo sarebbe davvero insopportabile. Sempre se la mia emicrania decide di lasciarmi libera, almeno per un giorno.
“E ora le tue labbra puoi spedirle ad un indirizzo nuovo
e la tua faccia sovrapporla a quella di chi altro
ancora i tuoi quattro assi bada bene di che colore sono,
li puoi nascondere o giocare con chi vuoi…o farli rimanere buoni amici come noi”
Francesco De Gregori, Rimmel.
Mentre sto scrivendo e mentre una leggera brezza invernale entra finalmente dalle finestre, cerco di godermi mia madre che sembra stare leggermente meglio rispetto alla scorsa settimana e resto incantata di fronte all’affetto che mio padre le dimostra quotidianamente, nel nome di un amore che dura da più di quarant’anni e che io osservo stupita ed ammirata.
Domani se riesco faccio un salto a Pisa a dormire da Gio, senza il cui aiuto tutto questo sarebbe davvero insopportabile. Sempre se la mia emicrania decide di lasciarmi libera, almeno per un giorno.
“E ora le tue labbra puoi spedirle ad un indirizzo nuovo
e la tua faccia sovrapporla a quella di chi altro
ancora i tuoi quattro assi bada bene di che colore sono,
li puoi nascondere o giocare con chi vuoi…o farli rimanere buoni amici come noi”
Francesco De Gregori, Rimmel.
giovedì 21 settembre 2006
Ricordi e residui: al parco di Clapham
Oggi scrivo d’altro. Lascio l’alieno al suo lavorio, nell’attesa di saperlo sconfitto.
In questi giorni mi sono accorta che, in questo paese malato di calcio, non è stata ancora smaltita l’ubriacatura per la vittoria della Coppa del Mondo. I ragazzi ancora ne parlano, a scuola. Senza dubbio ricorderò i giorni londinesi anche come quelli che hanno ospitato una inattesa vittoria, mentre la colonna sonora di quei giorni continua a rimbalzarmi nelle orecchie ad ogni angolo, riportandomi alla mente quella giornata, così indelebilmente inscritta nei miei pensieri, anche quelli di oggi, così dannatamente occupati da altro.
Penso a quella domenica pomeriggio al parco di Clapham e continuo a domandarmi quali siano i residui che quelle ore hanno lasciato, oggi. Rivedo quelle nuvole che si rincorrono in un azzurro terso, sento le voci che scongiurano la pioggia e che si interrogano sui movimenti di un vento spazzino in grado di assicurare il bel tempo. Sento il sibilo del vento, che ancora sembra scompaginarmi i capelli, sento il ronzio delle voci, rivedo quei volti divenuti in un secondo di follia così familiari, continuo a modulare nella mia testa le urla, i canti, risento gli abbracci, ripercorro quella corsa verso quella piazza diventata inaspettatamente nostra. E’ come se fossi inseguita dai ricordi di quella giornata: così ripenso alla città attraversata in lungo e in largo, alla richiesta al cielo di chiudersi a riccio per non far scendere neppure una goccia, al gran trambusto di quelle ore, al rincorrersi delle bevute, al fracasso dopo la fine, alle plurali sensazioni che hanno occupato il mio corpo e la mia mente fino al mattino.
Non so perché stia scrivendo questo stasera, perché abbia questo desiderio di lasciare traccia di un paradiso perduto. Forse perché dovrei “stancarmi” di qualcosa che, in realtà, non ho mai avuto, non ho mai assaporato fino in fondo. O forse perché queste ultime settimane hanno avuto su di me un effetto dinamite e mi hanno rivelato a me stessa, ancora una volta, per quello che sono: chiassosa, impulsiva ed indiscreta, ma così franca e, soprattutto, così vulnerabile. Stasera mi sento come uno di quei bozzoli vuoti che gli insetti, una volta preso il volo, lasciano sugli arbusti, sensibili nella loro fragilità ad ogni colpo di vento. E mi sento svuotata da questa paura incontrollabile e da questo continuo fantasticare su me stessa, da questo continuo chiedermi come sarebbe stato e come mi sarei ritrovata in futuro se avessi provato a restare. E mi chiedo perché il mio essere così fragile e incerto abbia apprezzato quella inattesa premura, perchè abbia deciso di concedermi alcuni giorni di respiro in un momento così difficile, perché non abbia dato valore a quelle parole sforzate. Poi mi volto, leggo con rabbia le sue espressioni di sofferenza e Londra esce dai miei pensieri.
In questi giorni mi sono accorta che, in questo paese malato di calcio, non è stata ancora smaltita l’ubriacatura per la vittoria della Coppa del Mondo. I ragazzi ancora ne parlano, a scuola. Senza dubbio ricorderò i giorni londinesi anche come quelli che hanno ospitato una inattesa vittoria, mentre la colonna sonora di quei giorni continua a rimbalzarmi nelle orecchie ad ogni angolo, riportandomi alla mente quella giornata, così indelebilmente inscritta nei miei pensieri, anche quelli di oggi, così dannatamente occupati da altro.
Penso a quella domenica pomeriggio al parco di Clapham e continuo a domandarmi quali siano i residui che quelle ore hanno lasciato, oggi. Rivedo quelle nuvole che si rincorrono in un azzurro terso, sento le voci che scongiurano la pioggia e che si interrogano sui movimenti di un vento spazzino in grado di assicurare il bel tempo. Sento il sibilo del vento, che ancora sembra scompaginarmi i capelli, sento il ronzio delle voci, rivedo quei volti divenuti in un secondo di follia così familiari, continuo a modulare nella mia testa le urla, i canti, risento gli abbracci, ripercorro quella corsa verso quella piazza diventata inaspettatamente nostra. E’ come se fossi inseguita dai ricordi di quella giornata: così ripenso alla città attraversata in lungo e in largo, alla richiesta al cielo di chiudersi a riccio per non far scendere neppure una goccia, al gran trambusto di quelle ore, al rincorrersi delle bevute, al fracasso dopo la fine, alle plurali sensazioni che hanno occupato il mio corpo e la mia mente fino al mattino.
Non so perché stia scrivendo questo stasera, perché abbia questo desiderio di lasciare traccia di un paradiso perduto. Forse perché dovrei “stancarmi” di qualcosa che, in realtà, non ho mai avuto, non ho mai assaporato fino in fondo. O forse perché queste ultime settimane hanno avuto su di me un effetto dinamite e mi hanno rivelato a me stessa, ancora una volta, per quello che sono: chiassosa, impulsiva ed indiscreta, ma così franca e, soprattutto, così vulnerabile. Stasera mi sento come uno di quei bozzoli vuoti che gli insetti, una volta preso il volo, lasciano sugli arbusti, sensibili nella loro fragilità ad ogni colpo di vento. E mi sento svuotata da questa paura incontrollabile e da questo continuo fantasticare su me stessa, da questo continuo chiedermi come sarebbe stato e come mi sarei ritrovata in futuro se avessi provato a restare. E mi chiedo perché il mio essere così fragile e incerto abbia apprezzato quella inattesa premura, perchè abbia deciso di concedermi alcuni giorni di respiro in un momento così difficile, perché non abbia dato valore a quelle parole sforzate. Poi mi volto, leggo con rabbia le sue espressioni di sofferenza e Londra esce dai miei pensieri.
martedì 19 settembre 2006
L'alieno
Stanotte mi ha svegliato un sogno. Ho percepito un violento sussulto e poi ho dato fondo a tutti i miei ricordi per addolcire le ore che mi separavano dal suono della sveglia, come sempre attesa prima dell’alba. Nella notte sono stata visitata da immagini che cerco di tenere lontane dalla mia mente durante il giorno ma che affollano la mia mente disarmata ed inerte nelle ore notturne. Ho percepito il dolore acuto di una possibile solitudine, di uno scongiurato distacco, di un nuovo percorso. E’ arrivato anche in questa casa “l’alieno”. Ed adesso siamo tutti con le baionette rivolte contro di lui, sperando di non scoprirle spuntate ed inefficaci. Lei comincia ad avere paura ed a confrontarsi con il suo, e il nostro, poter essere più autentico, traducendo i suoi pensieri in frasi acute come spari, che ci lasciano tutti così intimamente colpiti. Adesso è qui accanto a me, ma non so se stia intuendo il soggetto della mia quotidiana scrittura. Sta finalmente sorridendo di un film e sembra che il dolore le abbia concesso una tregua. Da ieri ha un volto incorniciato da un’espressione impaurita e mi osserva attentamente, in ogni mio gesto, come per registrare ogni mia movenza, ed io mi lascio accarezzare dai suoi sguardi che adesso sostituiscono le sue parole, divenute così parche. Ma da quale pianeta proviene, questo "alieno"?
sabato 16 settembre 2006
Albe e pensieri
Ancora non albeggia quando salgo in macchina e comincio a guidare. Mentre il motore corrode chilometri di asfalto, il sole comincia ad illuminare lo spazio immenso dei miei luoghi, riscaldando le pinete, il lungo mare, le campagne, le colline. Ogni mattina mi godo l’arrivo di un nuovo giorno sulla mia meravigliosa terra di Toscana e comincio a recuperarne i colori e gli odori, così diversi da quelli a cui mi sono abituata negli ultimi mesi.
Ho ricominciato a convivere con antiche movenze, anche se con enorme difficoltà. Movenze familiari ma, da tempo, poco rispondenti al mio nuovo modo di abitare il mondo. Da quando sono tornata da Londra vivo nella casa dove ho mosso i primi passi e ho respirato l’aria inebriante della crescita, divido le giornate con i miei genitori, tentando di difendere la mia autonomia con le unghie e con i denti, nell’attesa di recuperare le ampie pianure di una più sicura indipendenza, legata ad una personale gestione dei tempi e degli spazi. Ho di nuovo riscoperto il piacere dei rituali legati a questo luogo, come la corsa lungo mare al tramonto, nell’attesa che il sole cali, per vedere la mia ombra proiettata sull’asfalto. Ho iniziato di nuovo un’avventura come insegnante e ne sono molto felice, soprattutto dopo giornate come oggi, quando ho letto, negli occhi interessati dei miei ragazzi, il risultato dell’entusiasmo che metto in questo lavoro. Ho visto di nuovo i miei amici e ho affrontato l’inusuale sensazione di un profondo scarto che, nonostante l’affetto, si sta materializzando tra le nostre vite.
Ho di nuovo costruito un pesante alterco, forse spinta da un’aggressività che in questi giorni non riesco a controllare e che è nutrita quotidianamente da quei mulinelli di idee che mi scuotono la testa e che sono accelerati dalla quotidiana preoccupazione per la malattia di mia madre. In tutto questo sto cercando di riempire quel vuoto enorme che la fuga da Londra ha generato ed ogni sforzo si sta facendo vano. Non sarò mai sazia di quei giorni, di quel turbinio di pensieri che mi riportano alla mente quelle giornate. Perchè ricordo? Perché ricordo tutto? Perché, ancora una volta, esattamente come tre anni fa, questo commiato ha sciolto i lembi del mio essere, condannandomi all’incompiutezza? Vivo ancora nel tentativo di sanare la ferita del distacco, di smuovere le emozioni di quei momenti, ancora così fresche, per vedere che cosa queste abbiano lasciato sullo sfondo, alla ricerca di armi per combattere questa nuova battaglia. A volte capisco così poco di me che vorrei posizionarmi sotto lenti indagatrici in grado di sezionarmi e svelarmi almeno ai miei occhi, se non a quelli degli altri. Ma lo sforzo di sciogliere e poi riannodare i miei frammenti risponde oggi alla necessità di una rinascita sotto un altro cielo, oramai non più procrastinabile, nonostante questo insensato tentativo di riannodare un filo di una trama passata.
Ho ricominciato a convivere con antiche movenze, anche se con enorme difficoltà. Movenze familiari ma, da tempo, poco rispondenti al mio nuovo modo di abitare il mondo. Da quando sono tornata da Londra vivo nella casa dove ho mosso i primi passi e ho respirato l’aria inebriante della crescita, divido le giornate con i miei genitori, tentando di difendere la mia autonomia con le unghie e con i denti, nell’attesa di recuperare le ampie pianure di una più sicura indipendenza, legata ad una personale gestione dei tempi e degli spazi. Ho di nuovo riscoperto il piacere dei rituali legati a questo luogo, come la corsa lungo mare al tramonto, nell’attesa che il sole cali, per vedere la mia ombra proiettata sull’asfalto. Ho iniziato di nuovo un’avventura come insegnante e ne sono molto felice, soprattutto dopo giornate come oggi, quando ho letto, negli occhi interessati dei miei ragazzi, il risultato dell’entusiasmo che metto in questo lavoro. Ho visto di nuovo i miei amici e ho affrontato l’inusuale sensazione di un profondo scarto che, nonostante l’affetto, si sta materializzando tra le nostre vite.
Ho di nuovo costruito un pesante alterco, forse spinta da un’aggressività che in questi giorni non riesco a controllare e che è nutrita quotidianamente da quei mulinelli di idee che mi scuotono la testa e che sono accelerati dalla quotidiana preoccupazione per la malattia di mia madre. In tutto questo sto cercando di riempire quel vuoto enorme che la fuga da Londra ha generato ed ogni sforzo si sta facendo vano. Non sarò mai sazia di quei giorni, di quel turbinio di pensieri che mi riportano alla mente quelle giornate. Perchè ricordo? Perché ricordo tutto? Perché, ancora una volta, esattamente come tre anni fa, questo commiato ha sciolto i lembi del mio essere, condannandomi all’incompiutezza? Vivo ancora nel tentativo di sanare la ferita del distacco, di smuovere le emozioni di quei momenti, ancora così fresche, per vedere che cosa queste abbiano lasciato sullo sfondo, alla ricerca di armi per combattere questa nuova battaglia. A volte capisco così poco di me che vorrei posizionarmi sotto lenti indagatrici in grado di sezionarmi e svelarmi almeno ai miei occhi, se non a quelli degli altri. Ma lo sforzo di sciogliere e poi riannodare i miei frammenti risponde oggi alla necessità di una rinascita sotto un altro cielo, oramai non più procrastinabile, nonostante questo insensato tentativo di riannodare un filo di una trama passata.
mercoledì 30 agosto 2006
Tre cavalli

Sono di nuovo sotto questo cielo da alcuni giorni, a casa. Qui, come a Londra, è da poco cominciata una nuova giornata. Una giornata come le altre, per il calendario di molti. Per il mio calendario, quello che marca lo scorrere della mia esistenza, oggi è la giornata del giudizio, quello implacabile ed inappellabile, quello che decide tra la vita e la morte. Nei giorni londinesi non mi sarei mai immaginata di dover accompagnare la malattia di mia madre e di affrontare tutto questo con la forza e la lucidità che invece segnano le mie giornate. Bene, forse non faccio che trovarmi di fronte ad un nuovo anticorpo, regalatomi da una tanto attesa crescita che Londra ha così bene indirizzato.
Adesso mi trovo ad abitare questa casa in dolorosa solitudine, con il pensiero rivolto a quella stanza di ospedale e a chi la abita, assaporando l’amarezza di non poter pregare e la durezza dell’attesa, nella speranza che questa notte voli via insensibilmente.
In questi giorni ho dovuto adattarmi ad abitare di nuovo spazi non più familiari, a vivere relazioni illanguidite e sfocate dallo scorrere degli anni, a recuperare abitudini e movenze perse da tempo. Ma è tutto così terribilmente necessario, adesso.
Domani andrà tutto bene, ne sono certa. Ti resta ancora un cavallo, tesoro mio.
“Tre anni una siepe, tre siepi un cane, tre cani un cavallo, tre cavalli un uomo”
Erri De Luca, Tre cavalli.
lunedì 14 agosto 2006
Contaminazioni
Il mio modo di vivere Londra è in queste pagine. Le visioni che questa città mi ha regalato sono rinchiuse nello spazio, reale e metaforico insieme, del mio blog. Ho deciso di condividere le mie emozioni, ho deciso, partorendo queste pagine, di dirottare le mie parole dal loro luogo di origine, lasciandole in lenta infusione e facendole sedimentare su queste pagine virtuali. Se rifletto sulla mia scrittura capisco che non è altro che una nuova religione della parola a cui mi sono consacrata, religione che non solo mi consente di realizzare una nuova vicinanza a me stessa, aprendo il sipario sull’eternamente taciuto, ma si fa intercettazione, mescolanza, contaminazione. Se per anni il mio dire è stato un monologo, una conversazione in un’aria rarefatta, oggi le mie parole si fanno agili e percorrono chilometri, si trasformano in “frecce infuocate che il vento o la fortuna sanno indirizzare” ed operano una fruttuosa contaminazione, intercettando sguardi attenti e “compassionevoli” che danno ad una narrazione prima singolare il dolce sapore del riconoscimento, aiutandomi a distinguere i molteplici volti e voci che mi abitano. Se per lungo tempo le mie parole mi hanno trasmesso un leggero timore, oggi non ne ho più paura, ma le interpreto come segni lungo la strada impervia ed inevitabile che mi conduce all’appartenenza. Oggi mi appartengo molto di più di quanto non lo facessi prima della partenza e mi riconosco in me stessa, nei miei gesti, nelle mie parole, nella decisione di affrontare il tutto con ardente pazienza.
“Se un individuo si descrive con sincerità, la cosa tocca più o meno tutti. Impossibile fare luce sulla propria vita, senza illuminare in qualche punto quella degli altri”
S. De Beauvoir, L’età forte.
“Se un individuo si descrive con sincerità, la cosa tocca più o meno tutti. Impossibile fare luce sulla propria vita, senza illuminare in qualche punto quella degli altri”
S. De Beauvoir, L’età forte.
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