mercoledì 16 gennaio 2008

Aria di Controriforma


Cerco spesso di spiegare ai miei ragazzi come la storia della Chiesa sia anche una storia di simboli. E’ attraverso i simboli che si veicola un messaggio, si concretizza una Weltanshaung, si invia un messaggio ai fedeli e al mondo intero. Nei giorni scorsi, nell’apparente neutralità di un gesto, si è invece materializzata un’aria di controriforma. La sento già da un po’ di tempo aleggiare sulle nostre teste, scompaginare la carte, spazzare via quel residuo di laicità che ancora resta nel nostro paese. E così mentre tutti discutono e sparlano sul papa in visita all’Ateneo romano, poche voci si sono alzate in riflessione sulla messa di domenica scorsa, celebrata da Ratzinger nella Cappella Sistina. In questa occasione Benedetto XVI ha eliminato l’altare mobile usato dal suo predecessore ed ha officiato la messa con le spalle rivolte ai fedeli, in perfetto stile preconciliare.
''Si e’ ritenuto - spiega una nota dell’Ufficio Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice - di celebrare all’altare antico per non alterare la bellezza e l’armonia di questo gioiello architettonico, preservando la sua struttura dal punto di vista celebrativo e usando una possibilità contemplata dalla normativa liturgica. Ciò significa che in alcuni momenti il Papa si troverà con le spalle rivolte ai fedeli e lo sguardo alla Croce, orientando così l’atteggiamento e la disposizione di tutta l'assemblea". Dobbiamo credere che sia solo un caso, che la scelta risponda solo ad una volontà di contemplazione artistica? D’altronde, già prima di salire sul soglio pontificio, l’illustre teologo non aveva mai fatto mistero di nutrire profonde contrarietà sulle scelte introdotte dal Vaticano II. Sarà pure un simbolo, sarà pure un gesto come un altro, ma la storia della Chiesa ci insegna che i simboli hanno il loro senso e il loro profondo significato e io non lo passerei così troppo sotto silenzio, soprattutto se fossi cattolica e se mi spaventasse, cosa che spero succeda a molti, un ritorno di un intransigentismo retrivo e conservatore. Non so se avrei o meno manifestato insieme agli studenti della Sapienza contro la visita del Papa, ci sto riflettendo da ieri sera, appena appresa la notizia. Se è vero che il forte rifiuto alla visita del pontefice tradisce il senso stesso dell’Università, lo scambio culturale, la ricerca e il dibattito fecondante, è però anche vero che forse un segnale qualcuno avrebbe dovuto lanciarlo contro chi vuole avere l’ultima parola su tutto, contro chi si fa paladino di una Verità assoluta, contro chi è portavoce di un cattolicesimo post-tridentino, contro chi addirittura nega il funerale religioso a Piergiorgio Welby. A livorno si direbbe: Oh Razzinghe, alla fine e ci siamo anche un po’ frantumati ‘i coglioni! Scusate la finezza da prof. A proposito di Livorno: la vignetta su Benedetto XVI è tratta da "Il Vernacoliere"…..per la precisione…

venerdì 11 gennaio 2008

L'Abracadabra del Gran Magro

Appena riemersa dall'urlo della foresta mi sono trovata a dover combattere, tanto per cambiare, con una prolungata crisi di emicrania che mi ha costretto al silenzio. Non ho scritto, ma sono riuscita a leggere, negli esigui spazi di lucidità. Ho quasi terminato Bufalino e l'ho trovato davvero molto bello, anche se violento per la Barbara di questi giorni, sempre in conflitto con la morte che minaccia la vita di mia madre e che è così presente nelle pagine dello scrittore siciliano. Trascrivo qui l'"Abracadabra" del Gran Magro, strano modo per comunicare al protagonista che, tra gli ospiti della Rocca, solo lui sfuggirà al destino di morte e che romperà il patto di non sopravviversi.

"Ma dimmi, conosci la storia dei tre ladroni e dei cinque cappelli?"
"No" risposi, anche se era la terza volta che tornava a propormi l'abracadabra, e, quasi per scoraggiarlo dal proseguire, misi a caso sul grammofono un disco. [...] "I tre" disse "sono condannati a morte. Da un potente, in un tempo antico...Dunque il Signore degli Assassini offre a quelli un'opportunità. Dovranno, ciascuno ad occhi bendati, indossare a caso un cappello fra i tre bianchi e due neri che sono a mucchio sul tavolo. Si salverà chi saprà con ragionate ragioni indovinare il colore del copricapo che ha scelto. Avviene che i tre, l'uno all'insaputa dell'altro, estraggano tutti, unanimi, il bianco. Sbendati, si guardano. Ora una cosa è chiara: che può salvarsi solo chi veda addosso ai compagni due cappelli neri, e possa quindi per esclusione dedurre il colore del proprio. Ma ognuno dei tre non scopre sulla testa degli altri che bianco, inesorabile bianco..." "E allora?" "I primi due riflettono a lungo, ringraziano. Vengono decappellati, decapitati. Ma il terzo indovina. Sta a te dimmi come e perchè".

In attesa si capire la soluzione, me ne vado a Roma da Alida a ricaricare un po' le batterie. Che sono un po' a terra...

sabato 5 gennaio 2008

L'urlo di Medusa


Stordita da una massiccia dose di rizatriptan per placare la mia emicrania, di nuovo arrogante in questi giorni di ininterrotta ruminazione mentale. In questa archeologia di ricordi, lancio occhiate a ritroso dentro me stessa e osservo con uno sguardo da Medusa gli eventi dell’anno appena concluso, per pietrificarli e immobilizzarli. Non più sfocati e sfuggenti, forse saranno più facilmente sezionabili, forse riusciranno ad imprimersi nella mia mente come impronta digitale indelebile, monito a non commettere gli stessi errori a ripetizione. Oggi cerco di dedicarmi ad una assurda chirurgia di un ieri finalmente svelato nella sua interezza, finalmente leggibile come un puzzle completo, a cui non manca nessun pezzo, in cui tutti i tasselli sono al posto giusto.
Dagli attimi che dissotterro costruisco un Blob immaginario del mio 2007, montando attentamente frantumi di pensieri, avvenimenti, sogni e aspettative. Così scopro di essere stata in bilico tra realtà e simulazione, di essere stata protagonista e spettatrice di una finzione scenica messa in piedi da un regista abilissimo e di aver calato il sipario sulla scena principale. E tra le lacrime, a sipario abbassato, mi lascio ad un applauso liberatorio a chi è riuscito a tessere questa sceneggiatura, tanto bizzarra quanto plausibile, verosimile anche agli occhi più attenti. E mentre batto le mani in segno di elogio, lancio un grido acuto e tagliente, urlo a più non posso il mio addio con una forza che si fa violenza…
Mi rileggo e penso….ma che strano effetto questi triptani….che ho scritto? E’ anche vero che sono da poco riemersa da Hegel…

venerdì 4 gennaio 2008

Di nuovo sulla laguna

Sono di nuovo sulla laguna da qualche ora. Così rientro nel triangolo delle bermuda per la connessione internet che qui, con questa pc card, è davvero impossibile. Sembra un miracolo che possa scrivere, stasera. Sono contenta di essere di nuovo qui, protetta nel mio nido ristoratore. Da domani si comincia di nuovo a studiare con rinnovato impegno, nel tentativo, che so già essere vano, di addolcire in qualche maniera le ustioni a cui ho esposto il mio cuore negli ultimi giorni.
Eppue stasera ho il terrore che questo nido si trasformi in una tana, da cui diventi impossibile uscire, per paura di quello che mi aspetta. Torna, di nuovo, la riflessione sull'uscita, sull'Ausgang, sulla liberazione. Sento che questo 2008 deve essere affrontato con coraggio e pazienza, ma anche con maggiore ironia, voglia di non prendersi sempre troppo sul serio, con la capacità di ritagliare spazi in grado di rinferscarmi un po'. Ma nonostante tutti questi buoni propositi, stasera me ne sto qui, sprofondata sul mio divano e mi sento più asciugata di quel ciottolo che ho raccolto sul lido di Ostia.

mercoledì 2 gennaio 2008

VaLentina


Eccoci immersi in un nuovo anno. Ho dato il benevenuto al 2008 riprendendo a correre, per sputare fuori un po' di rabbia e di paure accumulate in questi strani giorni di festa. Strani davvero questi giorni, almeno per me. Adesso mi sento come se una mano sleale avesse giocato a tombola con la mia vita, mescolando e rimescolando, disponendo a casaccio i fatti e gli appuntamenti sul cartellone della mia esistenza. Poi di nuovo, mettendo a fuoco gli eventi degli ultimi mesi, capisco che ancora una volta sono stata vittima della fretta, dell'approssimazione, del non voler aspettare che ogni cosa si decanti ed assuma un sapore più chiaro, più decifrabile, meno confuso. Allora penso che dovrei solo imparare ad aspettare, evitare di economizzare sul tempo e sulle attese, per evitare queste iperboli che mi lasciano esanime a terra. Questo mio indossare di nuovo le scarpe da tennis è simbolo di un nuovo cammino, placato questa volta e non inquinato dalla paura di non aver il tempo, di essere sempre in ritardo. Ecco la mia malattia congenita: un eterno e continuo timore di non arrivare al traguardo, di aver accumulato continui rinvii, di non riuscire ad assalire il tempo. Così oggi, in quel percorso stupendo di campagna, con gli aironi che si alzavano al mio passaggio, ho rallentato il passo, ascoltato attentamente il mio respiro e i battiti del mio cuore, ripreso fiato nei momenti di stanchezza e aggredito l'ultimo pezzo di asfalto con uno sprint finale. Per adesso però vai piano Babi, vai piano, altrimenti il cuore ti scoppia.

La tartaruga nella foto è "VaLentina" che abbiamo ospitato nel giardino della casa fiorentina di Via Mercati. Oggi la ritrovo come simbolo del mio procedere. La foto, che trovo incantevole, è di Daniela Zullo, carissima amica che ospita i suoi capolavori su Flickr. Consiglio a tutti una visita. Sono contenta di non averla perduta in anni in cui le nostre vite hanno preso strade diverse e di subire ancora il salutare contagio della sua vulcanica testolina.

giovedì 27 dicembre 2007

L'eclissi della madre

Si torna a “sparlare” di aborto. E, ancora una volta, a “sparlarne” è un uomo. Giuliano Ferrara questa volta, che continua a sorprendermi in questa sua virata teo-conservatrice che contraddistingue gli ultimi anni delle sue riflessioni, peraltro spesso sagge e pungenti. Non è la prima volta che si affaccia su questo tema: già la scorsa estate, di fronte ad una platea ciellina osannante, aveva definito l’aborto “lo scandalo moderno”, poi era passato alla pazzoide equivalenza tra Shoah e aborti, ed adesso torna alla carica, torna a “sparlarne” permettendosi addirittura di farlo in concomitanza con la moratoria internazionale sulla pena di morte. Saranno state le feste di Natale, i cervelli lobotomizzati da chili di panettone che si incollano sui nostri neuroni impedendoci ragionamenti più sottili di quelli necessari al Mercante in Fiera, ma ho trovato poche reazioni nella stampa di questi giorni.
“Un appello alle buone coscienze”: a parte il fatto che l’espressione “buone coscienze” la trovo davvero infelice, manca un punto nell’appello di Ferrara, come sempre. Come sempre si elude la questione essenziale, ossia il fatto che il feto non esiste, non vive, non si nutre e non cresce se non nel corpo di una donna. Ancora una volta si assiste all’“eclissi della madre”. Eclissi imperdonabile, eclissi che dimentica che un embrione, monstrum fra umano e disumano, è niente se isolato dalla diade primaria: la madre diventa così la vittima sacrificale in questi ragionamenti, nella pervicace volontà di separare i destini di feto e madre, destini che separabili non sono. A questa tesi, molti obiettano che alla fine con l’aborto si realizza una sottomissione del primo termine al secondo, realizzando una dipendenza del più debole dal più forte. Altri, invece, piegano alle loro teorie anche Aristotele, con le loro digressioni sull’embrione come essere umano “in potenza”…chissà che ne direbbe lo stagirita, che in quanto a misoginia non invidia proprio nessuno.
In attesa di un dibattito, torno a leggere “L’eclissi della madre” di Maria Luisa Boccia e Grazia Zuffa, che tanto mi aveva aiutato per la preparazione al referendum sulla legge 40 e che, tra l’altro, è un libro di Bafisia che dovrei decidere a restituirle. Ringrazio comunque Ferrara perché riporta l’attenzione sul tema del corpo femminile e dà nuovamente a questa questione il valore politico che spesso gli è stato rifiutato. Forse in questo modo potremmo tornare a parlare dei nostri corpi e magari riuscire a spostare l’attenzione anche sulla sessualità maschile, tabù che nessuno osa mettere mai sotto analisi e in discussione. Ma nell’attesa, forse vana, che gli uomini si sveglino, non sarà forse il caso di riportare al centro delle nostre riflessioni il tema della corporeità, della sessualità, del corpo usato ed abusato delle donne? Dobbiamo tornare, credo, a più di trent’anni fa a quando le donne sottolineavano con forza la politicità del corpo, disseppellendo una materia segreta per secoli ritenuta l’impolitico per eccellenza e confinata nello spazio privato della casa, delle scelte private, della vita. A recuperare quel “personale è politico” di cui molto si è discusso negli anni Settanta e che oggi sarebbe un buon punto di partenza per rileggere con occhi di donna questa politica che non ci rappresenta proprio più.
A proposito di cervelli lobotomizzati dalle calorie dei pranzi natalizi….mi faccio una bella fetta di Pandoro, perfettamente innevato di zucchero a velo….

domenica 23 dicembre 2007

Ritorni a casa

Ritorno a casa per le feste di Natale. Sono stata qualche giorno in silenzio, senza scrivere, completamente immersa nell’atmosfera familiare, riscaldata dalla presenza, davvero miracolosa questa volta, di mia madre, di nuovo a casa da domenica scorsa. Avvolta nei suoi abbracci, ho scelto un mutismo necessario a riannodare i fili delle mie emozioni, così concentrate su di lei. Sono ore, queste, in cui continuo ad imparare da lei la pazienza e l’attesa, l’entusiasmo e il coraggio, sono ore in cui cerco di fare ordine fra i miei sogni, i miei progetti, vicini e lontani, sono ore di dissodamento e seminagione, in attesa del raccolto. Io che sono sempre stata allergica al Natale, intollerante a questi assalti ai negozi in cerca degli ultimi regali, mi godo davvero questi giorni con la mia ingarbugliata famiglia, e vivo anche la mia città da cui perennemente fuggo, perché oggi è simbolo di radicamento e di comunione. Buon Natale a tutte e a tutti, ci sentiamo dopo le scorpacciate che ci attendono.

domenica 16 dicembre 2007

Andando e stando

Torno a riflettere, stasera, sulle assurde dinamiche che dentro di me tengono insieme l'istinto alla fuga e quello al radicamento. Fuga e radicamento rispetto ad una pluralità di eventi, ad un caleidoscopio di esperienze, anche quelle di un passato non più prossimo. E allora penso a come non abbia potuto capire, a come abbia abitato per anni la mia sicura caverna "platonica", scegliendo una minorità rassicurante e paralizzante insieme. E allora stasera penso a Sibilla Aleramo e alle sue parole illuminanti, in grado, ancora una volta, di squarciare il velo delle mie paure, ma di mettermi di fronte a quanto sia difficile ogni fuga, qualunque essa sia.

"A metà, la creatura si solleva, ancora incerta: triste è stato il lungo sonno, ma se più triste fosse l'esser desta?" (Sibilla Aleramo, Andando e stando).

venerdì 14 dicembre 2007

Tota mulier in utero

I ragazzi dell’ultimo anno tornano da Praga con centinaia di fotografie, quelle classiche da gita scolastica: poco spazio ai monumenti della città e molto alle situazioni più ludiche e divertenti di quei giorni. Mi mostrano anche, senza imbarazzo, le immagini scattate al museo del sesso, installazione stabile nel centro della città e fra queste si soffermano su quelle che ritraggono i primi vibratori elettrici. Alle risa divertite subentrano poi degli sguardi increduli quando spiego loro che in realtà non di veri e propri vibratori si trattava, ma di strumenti scientifici, utilizzati dai medici del tempo per curare l’isteria femminile. Ovvero: la masturbazione medica era per molti specialisti del tempo una pratica terapeutica fondamentale, la risposta prima al disagio femminile…Ecco come, per secoli, gli uomini ci hanno rappresentate: donna equivale ad un groviglio di organi riproduttivi che, governando la propria fisiologia, ne determinano le emozioni, condannandola ad una instabilità emotiva, ad una eccessiva teatralità, ad un’incorreggibile mutevolezza. Il tutto causato da un ciclo biologico che la umilia e la degrada. “Tota mulier in utero”: tutta la femminilità si risolve nell’utero e per questo la donna è più instabile, meno intelligente, ancorata ad uno stadio inferiore di sviluppo. Niente di nuovo, diremmo oggi, le classiche teorie pseudo-scientifiche che servivano da sostegno alla misoginia di quegli anni. Allora che dire di fronte alle immagini di un Paolo Liguori che, proprio nei giorni scorsi, durante uno scontro con Gaia Tortora, si è permesso di apostrofarla come una “verginella disturbata”? Che dobbiamo aggiungere noi donne di fronte a questa “violenza simbolica” che ancora si riproduce identica a se stessa nei secoli? Quando un uomo non ha parole per attaccare una donna, per discuterci, per confrontarsi con lei, allora si passa sempre al più bieco e volgare sessismo: è il caso della Tortora e di Rula Jebreal (“gnocca senza testa”) e chissà di quante altre che sono sfuggite al mio sguardo di solito attento quando si parla di donne.
A coloro che ci definiscono “il sesso debole” consiglierei una bella visitina al reparto di Neurochirurgia dell’ospedale di Siena, dove una donna splendida e fortissima sta tenendo a bada una nera signora che la insidia da un anno e mezzo ed ha davvero tirato fuori “le ovaie” (per non dire le palle…) anche questa volta….anche ne se non le ha più.
Grazie davvero a mamma e papà per avermi fatto donna…..per il futuro…speriamo che sia femmina. Nel frattempo mi guardo, sempre su La7, un’altra donna di fine intelligenza: Daria Bignardi (a proposito, devo ricordare la battuta infelice che le fece quel bandito di Luciano Moggi?).

Così rispenso alle parole di Carla Lonzi: "La donna appartiene alla specie vinta: vinta dal mito dell'uomo. Il privilegio dell'uomo su di lei la donna lo soffre, ma lo subisce nell'ossequio che le ispira chi ha imposto sè come soggetto. Quello della specie vittoriosa dice alla donna: 'Renditi degna di me. Assorbi, attraverso la conoscenza del soggetto, il pensiero di chi è completamente umano e universale. Sotto la mia guida raggiungerai la dimensione del soggetto"
Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel.

mercoledì 12 dicembre 2007

Torino 2007

Ho cercato di vivere questi ultimi giorni in una sorta di camera iperbarica dei sentimenti, cercando di concentrarmi su di noi senza lasciarmi scalfire dal mondo intorno, se non dalle voci dei miei studenti. Così ho per il momento sospeso il mio naturale occuparmi della polis e mi sono concentrata sullo spazio angusto dell’oikos, trasformandomi in una Penelope attenta, con il mio raccogliermi nel lavoro monotono e ripetitivo del tessere e disfare la trama delle mie relazioni con mia madre e mio padre. Però questo ritirarmi in me stessa e questo imbrigliarmi negli intrecci familiari si sono squarciati di fronte ai morti di Torino, di fronte a un pezzo di vita operaia che sembrava dimenticata da tutti, anche da me. Così a quella notizia mi sono venute subito in mente le pagine che Paolo Spriano ha dedicato alla sua città, pagine che ho così avidamente letto nei mesi della tesi di laurea e a quelle che Paul Ginsborg ha composto sulla Torino del boom economico, nella sua insuperabile capacità di descrivere quei quartieri operai in cui “tutte le sveglie suonavano alla stessa ora”. E allora penso al mio babbo e a quell’inferno piombinese, penso alle strade del Cotone, penso a cosa abbia significato per me essere il frutto della fatica in una acciaieria, penso a come adesso mio padre mi guardi orgoglioso pensando a tutta la strada che ho percorso grazie alle loro invisibili spinte, e rifletto su come io stessa abbia respirato la vita operaia e ne abbia interiorizzato l’enorme forza e dignità. Così stasera in questa stanza di albergo che mi lega ancora di più alle radici familiari mi guardo Gad Lerner che dedica il suo “L’infedele” alle vittime della Thyssen e mi specchio in quelle facce, sapendo che la mia, nonostante sia così diversa, è comunque figlia loro.

Mi perdo nel quartiere popolare
tanto animato se la sera è prossima.
Sono fra gli uomini da me così
lontani: agli occhi miei meravigliosi
uomini: vivi e chiari, non valori
segnati. E tutti uguali e ignoti e nuovi.
In un angolo buio prendo il posto
che mi ha lasciato un operaio accorso
(appena in tempo) all’autobus fuggente.
Io non gli ho visto il viso ma i suoi modi
svelti ho nel cuore adesso. E mi rimane
(di lui anonimo, a me dalla vita
preso) in quell’angolo buio, un suo onesto
odore di animale, come il mio.
Sandro Penna

lunedì 10 dicembre 2007

Compleanno orbetellano

Compleanno di pensieri e paure, quello di quest'anno. Oggi, mentre i miei ragazzi cercavano di farmi gli auguri, felici ma imbarazzati dalla necessità di usare quel "tu" al posto del "lei" (non si può, li capisco, cantare "tanti auguri a lei"....) mi sono chiesta come immaginavo, alla loro età, la Barbara che sarei stata nel 2007. Allora penso a Giovanna e al nostro scherzare sui "programmi e programmini" che facciamo sulle nostre vite e al nostro riflettere su come il caso scompagini i nostri piani quando meno ce lo aspettiamo, costringendoci alle curve più assurde, alle più difficili deviazioni. E allora penso che credevo di passare il prossimo Natale a festeggiare tutti insieme, respirando la gioia di un nuovo arrivo, godendo del tepore di una casa tutta mia, e invece mi trovo qui ad immaginare un letto di ospedale, a desiderare un abbraccio, ad allontanare pensieri troppo ingrombranti per le mie forze. Sono qui a godermi un compleanno orbetellano, sola soletta in questa casa non mia, immersa nello studio, ma piacevolmente interrotta dalle mille telefonate di auguri che hanno riempito la mia giornata.
L'unica cosa che la mia immaginazione di adolescente aveva indovinato rispetto al futuro è il mio essere dietro quella cattedra, anche se, in realtà, dietro la cattedra non ci sto mai, ma spiego sempre in piedi, consumando tonnellate di gessi sulle lavagne, oppure girovagando tra i banchi, sbirciando fra le Smemorande, cercando di mimetizzarmi un po' in mezzo a loro. Loro non sanno quanto mi abbiano resa felice oggi, loro non immaginano quanto mi abbiano scaldato le loro attenzioni dei giorni scorsi, le loro continue, ma discrete domande sulla salute di mia madre.
Mi chiedo se sto facendo bene, mi chiedo se è questo il miglior modo di affrontare questa prova, mi chiedo da dove abbia tirato fuori questa insospettata voglia di farcela e di resistere.
Domani non vado a Siena come avevo programmato, mamma dice che sta bene e che mi aspetta solo il giorno prima dell'intervento...che ci sarà, dicono, a breve. Per adesso mi prendo la mia gatta pelosa e me ne vado a letto a leggere il libro di Luzzatto su Padre Pio, di cui parlerò, credo, al più presto.

mercoledì 5 dicembre 2007

Corpo a corpo

Giornate dense di corpi. Lascio che ogni sensazione passi attraverso il corpo, attraverso il calore degli abbracci, la levità delle carezze, la densità dei baci. Cerco una fusione che fluisca nello stringere mani, una comunione che si realizzi nelle corrispondenze delle voci e dei suoni.
Mi concentro sul suono ovattato delle sue parole, sulla delicatezza delle sue risate e cerco di risarcire il suo dolore con una serie di attenzioni, che so non essere mai sufficienti. Così il suo corpo ferito e martoriato si ristora nel mio ed io ritrovo in noi il dolce sapore della diade, respiro il forte mistero della nascita, cerco una inutile fuga dalla morte. Tutto, adesso, parte e si risolve nei corpi, il mio e il suo, così uniti, così diversi. E tutti i miei pensieri si costruiscono attorno a questa concretezza della carne e del sangue, alla densità del contatto, al profumo della pelle, alla morbidezza dei capelli. E allora mi fermo a pensare a come il suo corpo abbia ospitato il mio e alla sua dolce richiesta di rendere presto il mio un luogo accogliente per chi verrà.

martedì 4 dicembre 2007

Anticorpi anni Ottanta

L’ultima volte ho parlato di “latte e marie” e di cartoni animati. Mi chiedo come possa essere così fragile, insicura e sensibile al dolore, pur essendo nata nel 1974 e quindi, pur essendo cresciuta negli anni Ottanta. Non so perché, ma stasera, mentre sul divano mi facevo la “zuppetta” di latte e biscotti mi sono venute in mente le mie merende davanti alla televisione a ingozzarmi di cartoni animati, oltre che di “Oro Saiwa” e “Latte Maremma”. Ed ecco che mi sono davvero stupida di questa mia endemica insicurezza, cresciuta come sono stata a suon di disgrazie e tristezze di tutti quei drammoni stile feuilleton di fine Ottocento che erano i cartoni di noi bambini in quegli anni. Così penso che tutti noi avremmo dovuto sviluppare una capacità di adattamento superiore alla media, visto che dalla nostra più tenera età abbiamo sofferto di una bulimia di tragedie.
Si parte con un disgraziato “Senza famiglia” di nome Remi, con tre cani anoressici e un maestro girovago, il tutto farcito con una fame insaziabile, e un errare senza meta per le città d’Europa; si traghetta la nostra immaginazione infantile in una baita di montagna con una bambina cresciuta da un nonno pastore, circondata solo da mille pecore, un amico sfigato e una compagna di giochi paraplegica; per non parlare di Georgie a cui muore il padre alla terza puntata, la madre alla nona e che è costretta ad abbandonare il fidanzato ammalato di tubercolosi. Vogliamo forse aggiungere Candy Candy, l’aspirante attrice Maya e Sara, l’inglesina senza mamma che fa la schiava in un college per nobildonne?
Poi, non contenti di queste scorpacciate di disgrazie, rafforzavamo il nostro addestramento al dolore con le figurine Panini, con quegli album dedicati ai nostri eroi preferiti, altre gallerie del dolore da scambiarsi tra amici. “Tu ce l’hai la figurina del maestro Vitali morto sotto la neve?” (oddio mi sembra di vederla adesso quella figurina…), “C’hai mica la figurina del babbo di Georgie morente?”, “Mica vuoi cambiare con me questa bella figurina di Lady Oscar mentre le sparano una revolverata durante la presa della Bastiglia??”. Avete qualche perla di dolore da aggiungere?
Per fortuna riesco ancora a concedermi un po' di ironia, in questo momento di dramma. Credo però che mi faccia bene, a me e anche a lei che deve vedermi sempre tranquilla.

venerdì 30 novembre 2007

Latte e Marie

Giornate di latte e Marie. Ci sono sapori che racchiudono un mondo, un periodo, che ti concedono una piacevole inversione, che permettono incantevoli apparizioni. Nei pochi minuti di calma che mi concedono queste giornate mi regalo una regressione, mi dedico un ritorno all’infanzia, che, adesso, non sono altro che un marcato ritorno al materno. Così mi sono tolta una “voglia” e mi sono comprata un pacco enorme di biscotti e la sera, quando torno stanca dall’ospedale, e non ho nessuna voglia di cucinare, mi sfamo a caffellatte e Marie spezzettate che richiamano alla mia mente ricordi che oggi mi proteggono e mi scaldano un po’. Come stasera, in queste stanze della casa che ha ospitato i miei primi passi, i miei pomeriggi di studio, il mio amore di adolescente e che stasera mi parlano così tanto di noi tre. Così mi sono messa accovacciata al tavolino del salotto, come da piccola, quando accompagnavo i pochi bocconi alle immagini dei miei cartoni ed ho respirato ricordi. Che strano abitare questa casa da sola, inalarne le memorie, percorrere con lo sguardo ogni centimetro di questo spazio che adesso mi sembra così vuoto, nonostante le voci che mi affollano i pensieri e Bube che continua ad abbaiare, mannaggia a lui, è quasi mezzanotte.
Ascolto Galimberti che parla di Nietzsche su La7 e aspetto che arrivi il sonno a portarsi via questa giornata che, nonostante difficile da gestire e digerire, avrei voluto non finisse mai…come domani.

domenica 25 novembre 2007

Yves Bonnefoy

Di nuovo una domenica orbetellana. Mi sono concessa una lunga passeggiata lungo lago, nonostante il grigiore che scandisce queste ore di festa. Adesso mi immergo in caldi versi di poesia, in cerca di parole che vadano a stanare il mio io nei recessi più nascosti....
Tra i versi che amo, oggi scelgo quelli in francese di Yven Bonnefoy...

Tutto ciò, amico mio,
Vivere, che annoda
Ieri, nostra illusione,
A domani, nostre ombre
Tutto ciò, e che fu
Così nostro, ma
Non è questo cavo delle mani
In cui acqua non resta.
Tutto ciò? E la più
Nostra felicità:
il volo greve dell'upupa
Nel cavo delle pietre.

Yves Bonnefoy, Una voce

venerdì 23 novembre 2007

A new heaven, a new earth


"Dovremmo trovare un nuovo cielo, una nuova terra", Shakespeare faceva dire ad Antonio, rivolto alla sua amata "zingara". E’ l’infatuazione improvvisa, la follia amorosa che subentra all’incrocio di sguardi che impone ad Antonio di immaginare "a new heaven and a new earth", per non imprigionare nel cielo delle stelle fisse il suo amore incommensurabile. Di questo ho parlato ieri ai miei studenti, che mi guardavano allibiti e curiosi, di fronte ad una lezione così inusuale. "A new heaven and a new earth": adesso sono io che devo trovarli. Un nuovo cielo verso cui dirigere i miei sguardi, che mi apra il varco dell’impensato, nel quale possa rintracciare paesaggi inesplorati, verso cui rivolgere mute preghiere. Un nuovo cielo che possa accogliere la Speranza, quella a cui io continuo a non credere, ad oppormi con la forza del mio pensiero positivo e razionale, che chiude ancora oggi la porta in faccia al divino. Una nuova terra da cui sia bandita tutta questa amarezza, che adesso sto attraversando, cercando di non rimanere impaludata nelle sabbie mobili dell’insicurezza e della paura. Una nuova terra in cui possa dirigere con più certezza i miei passi, una nuova terra dove mia madre possa camminare sicura, senza questa angoscia del futuro che tutti ci soffoca e tormenta. Una terra dove ci sia un posticino anche per me, meno labile, meno insicuro, una casa che mi scaldi le sere insonni e che mi accolga, insieme alla mia piccola Bice che la vecchiaia ha reso così affettuosa (e sembra anche sempre più affamata….). Mi chiedo se ci sia da qualche parte questo posto, mi chiedo se sia davvero possibile per la Barbara di adesso porre un confine, darmi almeno un argine, per non avere l’idea di una caduta in picchiata o di un vagare incerto, senza meta. Mi chiedo se non debba davvero condannarmi a questo mio eterno nomadismo, fisico e mentale, che mi rende apolide ovunque mi trovi. Eppure in quella città, così straniera, così diversa, così "altra", così immensa da essere il simbolo fisico del mio spaesamento, avevo davvero messo delle radici. Mi dicevo che mi ero piantata su quella collina di Hampstead ed ancora oggi penso che un po’ di radici siano rimaste a marcire là sotto, nonostante io abbia cercato di estirparle con tutta la forza possibile, quella che mi aveva dato l’incommensurabile amore che provo per mia madre. Sono tante le domande di queste sere solitarie: mi chiedo se davvero la vita che io sto vivendo non sia stata scritta da altri, da tutti coloro che hanno reciso ogni mio ancoraggio e mi chiedo se, alla fine, io abbia davvero la voglia di fermarmi o preferisca continuare a vagare. Dove? Sinceramente non so. Per ora me ne vado a Firenze, parto fra poche ore e torno domani. Vado a fare il pieno di città e di ricordi…senza la "bestia" però….

mercoledì 21 novembre 2007

La faccia come 'r culo


Pochi giorni fa spiegavo ai ragazzi dell'ultimo anno come in Italia sia stato difficile costruire un sentimento nazionale e come la mancanza di una lingua comune abbia rappresentato un ostacolo oggettivo alla realizzazione di questo obiettivo. Spiegando loro "l'Italia dei cento dialetti", come la chiama la Colarizi, li facevo riflettere sul fatto che l'italiano era la lingua colta, la lingua dei libri, quella parlata in pubblico ma poco utilizzata in privato. In casa si indulgeva in espressioni dialettali e la stessa famiglia reale, non dimentica delle sue origini savoiarde, usava il francese per comunicare tra le "mura domestiche". "Come prof. il re d'Italia che parlava in francese in casa sua?", eccola la domanda ovvia e scontata. Ebbene sì, parlava in francese, spessissimo. Quindi stasera, alla notizia, mi chiedo se mi devo rivolgere ai Savoia, purtroppo di nuovo sul suolo patrio, in francese, oppure se è sufficiente dare una leggera inflessione regale al suono delle mie parole, per avvicinarmi un po' alla classe di quell'imbalsamato di Emanuele Filiberto. Poi ho pensato: ma sai che c'è....io gli parlo in livornese, livornese che trovo, tra tutte le varie modulazioni del toscano, la più bella, la più spontanea, quella che meglio fa percepire la nostra solarità, schiettezza, genuinità. Si racconta che casa Savoia abbia richiesto allo Stato italiano un risarcimento di non so quanti milioni di euro per aver violato, imponendo loro un esilio forzato, i fondamentali diritti umani. Devo aggiungere altro? Cosa dovrei dire ai nostri ex reali? Boia de' c'avete proprio la faccia come 'r culo!!!

martedì 20 novembre 2007

Mi sento come compressa, piena di sentimenti strizzati. Vorri poter deflagrare e prendere respiro, ma non riesco a far altro che scegliere un infantile mutismo. Non so perchè ma le parole, in questi giorni, restano come attaccate l'una sull'altra, incapaci di districarsi, prendere aria e corpo. E poi le parole di questi giorni sono tutto e il contario di tutto e non fanno altro che annullarsi a vicenda, lasciando un vuoto assoluto. Ma forse è solo per questo che non riescono a trovare una cassa armonica dove acquistare risonanza. E non la trovano neppure a scuola: oggi non mi sono proprio piaciuta, nonostante tutto il mio studio. Per fortuna quella classe insopportabile domani parte per la gita e io respiro senza di loro almeno per una settimana.

giovedì 15 novembre 2007

Rifugio

Si sta avvicinando un nuovo weekend, spero più sereno di quello appena trascorso. Domenica passata a sfogliare pagine, correggere compiti, godermi qualche ora di riposo. Sono sempre qui, in questa nuova casa, diventata così accogliente nonostante gli innumerevoli difetti e mancanze. Vado a Follonica, faccio il pieno di baci e abbracci, respiro l'odore di mare a pieni polmoni, consumo i miei sguardi a fissare i suoi occhi, le sue mani, le sue spalle e le sue gambe sempre più magre e poi, anche di fronte ad un suo invito a rimanere, preferisco la fuga. Questa casa sulla laguna è una stampella a tutte le mie paure, aiuta a sorreggermi, a non rovinare a terra schiacciata da tutte le mie ansie e le mie insicurezze. E così queste stanze esorcizzano i miei timori e i miei libri mi permettono di immergermi in un pensiero avvolgente e totalizzante, che lascia spazio a poco altro. Cerco di tenere lontana da me la domanda sul quando e come sarà. Ormai, almeno per me, non si tratta più di confrontarsi con un'ipotesi, ma con una certezza che è sì procrastinabile, ma del tutto ineluttabile. Allora, di fronte al pensiero della sua morte, vorrei tornare, immergermi in lei, tuffarmi nelle sue parole, farmi scuotere dai suoi abbracci. E invece torno e resto qui, in cerca di una calda protezione, sforzandomi di tenere la mente occupata, rifiutando si sfidare la morte e la vita, che così mi interpellano in questi ultimi giorni. Divertissment, direbbe un filosofo che ho molto amato all'età dei miei ragazzi. "Quando non si trova uan risposta alla morte - scriveva - è preferibile fuggirla". E io ci provo a fuggirla, ma lei mi rincorre e, come si dice in Maremma, "va pure come 'na scheggia".

venerdì 9 novembre 2007

La costanza della ragione

Mi dedico alla lettura di un bel romanzo di Pratolini, "La costanza della ragione", dando alle sue pagine la possibilità di ridestare in me le sensazioni legate a una città tanto amata. Ecco che le singole righe su cui corre il mio sguardo in attesa del sonno pizzicano le corde emotive che mi fanno sentire ancora tremendamente legata a quei luoghi. E così la Firenze di Bruno, quella del dopoguerra e della ricostruzione, diventa la mia ed è come se ne ripercorressi le strade e ne respirassi un po' il sapore. Firenze è di nuovo mia nella purezza del ricordo, un ricordo finalmente depurato di tutta la sofferenza legata a quelle stanze umide e fredde del Dipartimento. Finalmente liberata dalla Sua invadenza, dalla Sua "bestiale" presenza, adesso mi godo i ricordi della mia città. Così, mentre leggo Bruno sulla sua bicicletta attarversare il Mugnone e pedalare spedito verso P.zza Dalmazia, mi vedo sul mio Liberty inforcare Via Mercati, percorrerla tutta in salita e svoltare in quella via alberata su cui si affacciava la nostra piccola stanza. Una stanza amata-odiata, ma calpestata con l'etusiasmo dei vent'anni e con la cieca fiducia nel domani. E ripercorro con i pensieri le stanze di quella città: da quelle offertemi in San Frediano l'anno della tesi di laurea, a Via Talenti, a Gavinana, fino a quelle stanze calde e accoglienti del mio nido a Coverciano, oggi scaldate da un'amichevole presenza.
Mi manca Firenze, mi mancano le mie città. Mi mancano i rumori assordanti che allora erano così insopportabili, ma che ora vorrei davvero resuscitare per aprire una breccia in questo silenzio ovattato di provincia....silenzio che è della mia laguna, ma anche del mio cuore.

"Perchè a vent'anni è tutto ancora intero,
perchè a vent'anni è tutto chi lo sa,
a vent'anni si è stupidi davvero
quante balle si ha in testa a quell'età...."
Francesco Guccini, Eskimo