domenica 23 dicembre 2007

Ritorni a casa

Ritorno a casa per le feste di Natale. Sono stata qualche giorno in silenzio, senza scrivere, completamente immersa nell’atmosfera familiare, riscaldata dalla presenza, davvero miracolosa questa volta, di mia madre, di nuovo a casa da domenica scorsa. Avvolta nei suoi abbracci, ho scelto un mutismo necessario a riannodare i fili delle mie emozioni, così concentrate su di lei. Sono ore, queste, in cui continuo ad imparare da lei la pazienza e l’attesa, l’entusiasmo e il coraggio, sono ore in cui cerco di fare ordine fra i miei sogni, i miei progetti, vicini e lontani, sono ore di dissodamento e seminagione, in attesa del raccolto. Io che sono sempre stata allergica al Natale, intollerante a questi assalti ai negozi in cerca degli ultimi regali, mi godo davvero questi giorni con la mia ingarbugliata famiglia, e vivo anche la mia città da cui perennemente fuggo, perché oggi è simbolo di radicamento e di comunione. Buon Natale a tutte e a tutti, ci sentiamo dopo le scorpacciate che ci attendono.

domenica 16 dicembre 2007

Andando e stando

Torno a riflettere, stasera, sulle assurde dinamiche che dentro di me tengono insieme l'istinto alla fuga e quello al radicamento. Fuga e radicamento rispetto ad una pluralità di eventi, ad un caleidoscopio di esperienze, anche quelle di un passato non più prossimo. E allora penso a come non abbia potuto capire, a come abbia abitato per anni la mia sicura caverna "platonica", scegliendo una minorità rassicurante e paralizzante insieme. E allora stasera penso a Sibilla Aleramo e alle sue parole illuminanti, in grado, ancora una volta, di squarciare il velo delle mie paure, ma di mettermi di fronte a quanto sia difficile ogni fuga, qualunque essa sia.

"A metà, la creatura si solleva, ancora incerta: triste è stato il lungo sonno, ma se più triste fosse l'esser desta?" (Sibilla Aleramo, Andando e stando).

venerdì 14 dicembre 2007

Tota mulier in utero

I ragazzi dell’ultimo anno tornano da Praga con centinaia di fotografie, quelle classiche da gita scolastica: poco spazio ai monumenti della città e molto alle situazioni più ludiche e divertenti di quei giorni. Mi mostrano anche, senza imbarazzo, le immagini scattate al museo del sesso, installazione stabile nel centro della città e fra queste si soffermano su quelle che ritraggono i primi vibratori elettrici. Alle risa divertite subentrano poi degli sguardi increduli quando spiego loro che in realtà non di veri e propri vibratori si trattava, ma di strumenti scientifici, utilizzati dai medici del tempo per curare l’isteria femminile. Ovvero: la masturbazione medica era per molti specialisti del tempo una pratica terapeutica fondamentale, la risposta prima al disagio femminile…Ecco come, per secoli, gli uomini ci hanno rappresentate: donna equivale ad un groviglio di organi riproduttivi che, governando la propria fisiologia, ne determinano le emozioni, condannandola ad una instabilità emotiva, ad una eccessiva teatralità, ad un’incorreggibile mutevolezza. Il tutto causato da un ciclo biologico che la umilia e la degrada. “Tota mulier in utero”: tutta la femminilità si risolve nell’utero e per questo la donna è più instabile, meno intelligente, ancorata ad uno stadio inferiore di sviluppo. Niente di nuovo, diremmo oggi, le classiche teorie pseudo-scientifiche che servivano da sostegno alla misoginia di quegli anni. Allora che dire di fronte alle immagini di un Paolo Liguori che, proprio nei giorni scorsi, durante uno scontro con Gaia Tortora, si è permesso di apostrofarla come una “verginella disturbata”? Che dobbiamo aggiungere noi donne di fronte a questa “violenza simbolica” che ancora si riproduce identica a se stessa nei secoli? Quando un uomo non ha parole per attaccare una donna, per discuterci, per confrontarsi con lei, allora si passa sempre al più bieco e volgare sessismo: è il caso della Tortora e di Rula Jebreal (“gnocca senza testa”) e chissà di quante altre che sono sfuggite al mio sguardo di solito attento quando si parla di donne.
A coloro che ci definiscono “il sesso debole” consiglierei una bella visitina al reparto di Neurochirurgia dell’ospedale di Siena, dove una donna splendida e fortissima sta tenendo a bada una nera signora che la insidia da un anno e mezzo ed ha davvero tirato fuori “le ovaie” (per non dire le palle…) anche questa volta….anche ne se non le ha più.
Grazie davvero a mamma e papà per avermi fatto donna…..per il futuro…speriamo che sia femmina. Nel frattempo mi guardo, sempre su La7, un’altra donna di fine intelligenza: Daria Bignardi (a proposito, devo ricordare la battuta infelice che le fece quel bandito di Luciano Moggi?).

Così rispenso alle parole di Carla Lonzi: "La donna appartiene alla specie vinta: vinta dal mito dell'uomo. Il privilegio dell'uomo su di lei la donna lo soffre, ma lo subisce nell'ossequio che le ispira chi ha imposto sè come soggetto. Quello della specie vittoriosa dice alla donna: 'Renditi degna di me. Assorbi, attraverso la conoscenza del soggetto, il pensiero di chi è completamente umano e universale. Sotto la mia guida raggiungerai la dimensione del soggetto"
Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel.

mercoledì 12 dicembre 2007

Torino 2007

Ho cercato di vivere questi ultimi giorni in una sorta di camera iperbarica dei sentimenti, cercando di concentrarmi su di noi senza lasciarmi scalfire dal mondo intorno, se non dalle voci dei miei studenti. Così ho per il momento sospeso il mio naturale occuparmi della polis e mi sono concentrata sullo spazio angusto dell’oikos, trasformandomi in una Penelope attenta, con il mio raccogliermi nel lavoro monotono e ripetitivo del tessere e disfare la trama delle mie relazioni con mia madre e mio padre. Però questo ritirarmi in me stessa e questo imbrigliarmi negli intrecci familiari si sono squarciati di fronte ai morti di Torino, di fronte a un pezzo di vita operaia che sembrava dimenticata da tutti, anche da me. Così a quella notizia mi sono venute subito in mente le pagine che Paolo Spriano ha dedicato alla sua città, pagine che ho così avidamente letto nei mesi della tesi di laurea e a quelle che Paul Ginsborg ha composto sulla Torino del boom economico, nella sua insuperabile capacità di descrivere quei quartieri operai in cui “tutte le sveglie suonavano alla stessa ora”. E allora penso al mio babbo e a quell’inferno piombinese, penso alle strade del Cotone, penso a cosa abbia significato per me essere il frutto della fatica in una acciaieria, penso a come adesso mio padre mi guardi orgoglioso pensando a tutta la strada che ho percorso grazie alle loro invisibili spinte, e rifletto su come io stessa abbia respirato la vita operaia e ne abbia interiorizzato l’enorme forza e dignità. Così stasera in questa stanza di albergo che mi lega ancora di più alle radici familiari mi guardo Gad Lerner che dedica il suo “L’infedele” alle vittime della Thyssen e mi specchio in quelle facce, sapendo che la mia, nonostante sia così diversa, è comunque figlia loro.

Mi perdo nel quartiere popolare
tanto animato se la sera è prossima.
Sono fra gli uomini da me così
lontani: agli occhi miei meravigliosi
uomini: vivi e chiari, non valori
segnati. E tutti uguali e ignoti e nuovi.
In un angolo buio prendo il posto
che mi ha lasciato un operaio accorso
(appena in tempo) all’autobus fuggente.
Io non gli ho visto il viso ma i suoi modi
svelti ho nel cuore adesso. E mi rimane
(di lui anonimo, a me dalla vita
preso) in quell’angolo buio, un suo onesto
odore di animale, come il mio.
Sandro Penna

lunedì 10 dicembre 2007

Compleanno orbetellano

Compleanno di pensieri e paure, quello di quest'anno. Oggi, mentre i miei ragazzi cercavano di farmi gli auguri, felici ma imbarazzati dalla necessità di usare quel "tu" al posto del "lei" (non si può, li capisco, cantare "tanti auguri a lei"....) mi sono chiesta come immaginavo, alla loro età, la Barbara che sarei stata nel 2007. Allora penso a Giovanna e al nostro scherzare sui "programmi e programmini" che facciamo sulle nostre vite e al nostro riflettere su come il caso scompagini i nostri piani quando meno ce lo aspettiamo, costringendoci alle curve più assurde, alle più difficili deviazioni. E allora penso che credevo di passare il prossimo Natale a festeggiare tutti insieme, respirando la gioia di un nuovo arrivo, godendo del tepore di una casa tutta mia, e invece mi trovo qui ad immaginare un letto di ospedale, a desiderare un abbraccio, ad allontanare pensieri troppo ingrombranti per le mie forze. Sono qui a godermi un compleanno orbetellano, sola soletta in questa casa non mia, immersa nello studio, ma piacevolmente interrotta dalle mille telefonate di auguri che hanno riempito la mia giornata.
L'unica cosa che la mia immaginazione di adolescente aveva indovinato rispetto al futuro è il mio essere dietro quella cattedra, anche se, in realtà, dietro la cattedra non ci sto mai, ma spiego sempre in piedi, consumando tonnellate di gessi sulle lavagne, oppure girovagando tra i banchi, sbirciando fra le Smemorande, cercando di mimetizzarmi un po' in mezzo a loro. Loro non sanno quanto mi abbiano resa felice oggi, loro non immaginano quanto mi abbiano scaldato le loro attenzioni dei giorni scorsi, le loro continue, ma discrete domande sulla salute di mia madre.
Mi chiedo se sto facendo bene, mi chiedo se è questo il miglior modo di affrontare questa prova, mi chiedo da dove abbia tirato fuori questa insospettata voglia di farcela e di resistere.
Domani non vado a Siena come avevo programmato, mamma dice che sta bene e che mi aspetta solo il giorno prima dell'intervento...che ci sarà, dicono, a breve. Per adesso mi prendo la mia gatta pelosa e me ne vado a letto a leggere il libro di Luzzatto su Padre Pio, di cui parlerò, credo, al più presto.

mercoledì 5 dicembre 2007

Corpo a corpo

Giornate dense di corpi. Lascio che ogni sensazione passi attraverso il corpo, attraverso il calore degli abbracci, la levità delle carezze, la densità dei baci. Cerco una fusione che fluisca nello stringere mani, una comunione che si realizzi nelle corrispondenze delle voci e dei suoni.
Mi concentro sul suono ovattato delle sue parole, sulla delicatezza delle sue risate e cerco di risarcire il suo dolore con una serie di attenzioni, che so non essere mai sufficienti. Così il suo corpo ferito e martoriato si ristora nel mio ed io ritrovo in noi il dolce sapore della diade, respiro il forte mistero della nascita, cerco una inutile fuga dalla morte. Tutto, adesso, parte e si risolve nei corpi, il mio e il suo, così uniti, così diversi. E tutti i miei pensieri si costruiscono attorno a questa concretezza della carne e del sangue, alla densità del contatto, al profumo della pelle, alla morbidezza dei capelli. E allora mi fermo a pensare a come il suo corpo abbia ospitato il mio e alla sua dolce richiesta di rendere presto il mio un luogo accogliente per chi verrà.

martedì 4 dicembre 2007

Anticorpi anni Ottanta

L’ultima volte ho parlato di “latte e marie” e di cartoni animati. Mi chiedo come possa essere così fragile, insicura e sensibile al dolore, pur essendo nata nel 1974 e quindi, pur essendo cresciuta negli anni Ottanta. Non so perché, ma stasera, mentre sul divano mi facevo la “zuppetta” di latte e biscotti mi sono venute in mente le mie merende davanti alla televisione a ingozzarmi di cartoni animati, oltre che di “Oro Saiwa” e “Latte Maremma”. Ed ecco che mi sono davvero stupida di questa mia endemica insicurezza, cresciuta come sono stata a suon di disgrazie e tristezze di tutti quei drammoni stile feuilleton di fine Ottocento che erano i cartoni di noi bambini in quegli anni. Così penso che tutti noi avremmo dovuto sviluppare una capacità di adattamento superiore alla media, visto che dalla nostra più tenera età abbiamo sofferto di una bulimia di tragedie.
Si parte con un disgraziato “Senza famiglia” di nome Remi, con tre cani anoressici e un maestro girovago, il tutto farcito con una fame insaziabile, e un errare senza meta per le città d’Europa; si traghetta la nostra immaginazione infantile in una baita di montagna con una bambina cresciuta da un nonno pastore, circondata solo da mille pecore, un amico sfigato e una compagna di giochi paraplegica; per non parlare di Georgie a cui muore il padre alla terza puntata, la madre alla nona e che è costretta ad abbandonare il fidanzato ammalato di tubercolosi. Vogliamo forse aggiungere Candy Candy, l’aspirante attrice Maya e Sara, l’inglesina senza mamma che fa la schiava in un college per nobildonne?
Poi, non contenti di queste scorpacciate di disgrazie, rafforzavamo il nostro addestramento al dolore con le figurine Panini, con quegli album dedicati ai nostri eroi preferiti, altre gallerie del dolore da scambiarsi tra amici. “Tu ce l’hai la figurina del maestro Vitali morto sotto la neve?” (oddio mi sembra di vederla adesso quella figurina…), “C’hai mica la figurina del babbo di Georgie morente?”, “Mica vuoi cambiare con me questa bella figurina di Lady Oscar mentre le sparano una revolverata durante la presa della Bastiglia??”. Avete qualche perla di dolore da aggiungere?
Per fortuna riesco ancora a concedermi un po' di ironia, in questo momento di dramma. Credo però che mi faccia bene, a me e anche a lei che deve vedermi sempre tranquilla.

venerdì 30 novembre 2007

Latte e Marie

Giornate di latte e Marie. Ci sono sapori che racchiudono un mondo, un periodo, che ti concedono una piacevole inversione, che permettono incantevoli apparizioni. Nei pochi minuti di calma che mi concedono queste giornate mi regalo una regressione, mi dedico un ritorno all’infanzia, che, adesso, non sono altro che un marcato ritorno al materno. Così mi sono tolta una “voglia” e mi sono comprata un pacco enorme di biscotti e la sera, quando torno stanca dall’ospedale, e non ho nessuna voglia di cucinare, mi sfamo a caffellatte e Marie spezzettate che richiamano alla mia mente ricordi che oggi mi proteggono e mi scaldano un po’. Come stasera, in queste stanze della casa che ha ospitato i miei primi passi, i miei pomeriggi di studio, il mio amore di adolescente e che stasera mi parlano così tanto di noi tre. Così mi sono messa accovacciata al tavolino del salotto, come da piccola, quando accompagnavo i pochi bocconi alle immagini dei miei cartoni ed ho respirato ricordi. Che strano abitare questa casa da sola, inalarne le memorie, percorrere con lo sguardo ogni centimetro di questo spazio che adesso mi sembra così vuoto, nonostante le voci che mi affollano i pensieri e Bube che continua ad abbaiare, mannaggia a lui, è quasi mezzanotte.
Ascolto Galimberti che parla di Nietzsche su La7 e aspetto che arrivi il sonno a portarsi via questa giornata che, nonostante difficile da gestire e digerire, avrei voluto non finisse mai…come domani.

domenica 25 novembre 2007

Yves Bonnefoy

Di nuovo una domenica orbetellana. Mi sono concessa una lunga passeggiata lungo lago, nonostante il grigiore che scandisce queste ore di festa. Adesso mi immergo in caldi versi di poesia, in cerca di parole che vadano a stanare il mio io nei recessi più nascosti....
Tra i versi che amo, oggi scelgo quelli in francese di Yven Bonnefoy...

Tutto ciò, amico mio,
Vivere, che annoda
Ieri, nostra illusione,
A domani, nostre ombre
Tutto ciò, e che fu
Così nostro, ma
Non è questo cavo delle mani
In cui acqua non resta.
Tutto ciò? E la più
Nostra felicità:
il volo greve dell'upupa
Nel cavo delle pietre.

Yves Bonnefoy, Una voce

venerdì 23 novembre 2007

A new heaven, a new earth


"Dovremmo trovare un nuovo cielo, una nuova terra", Shakespeare faceva dire ad Antonio, rivolto alla sua amata "zingara". E’ l’infatuazione improvvisa, la follia amorosa che subentra all’incrocio di sguardi che impone ad Antonio di immaginare "a new heaven and a new earth", per non imprigionare nel cielo delle stelle fisse il suo amore incommensurabile. Di questo ho parlato ieri ai miei studenti, che mi guardavano allibiti e curiosi, di fronte ad una lezione così inusuale. "A new heaven and a new earth": adesso sono io che devo trovarli. Un nuovo cielo verso cui dirigere i miei sguardi, che mi apra il varco dell’impensato, nel quale possa rintracciare paesaggi inesplorati, verso cui rivolgere mute preghiere. Un nuovo cielo che possa accogliere la Speranza, quella a cui io continuo a non credere, ad oppormi con la forza del mio pensiero positivo e razionale, che chiude ancora oggi la porta in faccia al divino. Una nuova terra da cui sia bandita tutta questa amarezza, che adesso sto attraversando, cercando di non rimanere impaludata nelle sabbie mobili dell’insicurezza e della paura. Una nuova terra in cui possa dirigere con più certezza i miei passi, una nuova terra dove mia madre possa camminare sicura, senza questa angoscia del futuro che tutti ci soffoca e tormenta. Una terra dove ci sia un posticino anche per me, meno labile, meno insicuro, una casa che mi scaldi le sere insonni e che mi accolga, insieme alla mia piccola Bice che la vecchiaia ha reso così affettuosa (e sembra anche sempre più affamata….). Mi chiedo se ci sia da qualche parte questo posto, mi chiedo se sia davvero possibile per la Barbara di adesso porre un confine, darmi almeno un argine, per non avere l’idea di una caduta in picchiata o di un vagare incerto, senza meta. Mi chiedo se non debba davvero condannarmi a questo mio eterno nomadismo, fisico e mentale, che mi rende apolide ovunque mi trovi. Eppure in quella città, così straniera, così diversa, così "altra", così immensa da essere il simbolo fisico del mio spaesamento, avevo davvero messo delle radici. Mi dicevo che mi ero piantata su quella collina di Hampstead ed ancora oggi penso che un po’ di radici siano rimaste a marcire là sotto, nonostante io abbia cercato di estirparle con tutta la forza possibile, quella che mi aveva dato l’incommensurabile amore che provo per mia madre. Sono tante le domande di queste sere solitarie: mi chiedo se davvero la vita che io sto vivendo non sia stata scritta da altri, da tutti coloro che hanno reciso ogni mio ancoraggio e mi chiedo se, alla fine, io abbia davvero la voglia di fermarmi o preferisca continuare a vagare. Dove? Sinceramente non so. Per ora me ne vado a Firenze, parto fra poche ore e torno domani. Vado a fare il pieno di città e di ricordi…senza la "bestia" però….

mercoledì 21 novembre 2007

La faccia come 'r culo


Pochi giorni fa spiegavo ai ragazzi dell'ultimo anno come in Italia sia stato difficile costruire un sentimento nazionale e come la mancanza di una lingua comune abbia rappresentato un ostacolo oggettivo alla realizzazione di questo obiettivo. Spiegando loro "l'Italia dei cento dialetti", come la chiama la Colarizi, li facevo riflettere sul fatto che l'italiano era la lingua colta, la lingua dei libri, quella parlata in pubblico ma poco utilizzata in privato. In casa si indulgeva in espressioni dialettali e la stessa famiglia reale, non dimentica delle sue origini savoiarde, usava il francese per comunicare tra le "mura domestiche". "Come prof. il re d'Italia che parlava in francese in casa sua?", eccola la domanda ovvia e scontata. Ebbene sì, parlava in francese, spessissimo. Quindi stasera, alla notizia, mi chiedo se mi devo rivolgere ai Savoia, purtroppo di nuovo sul suolo patrio, in francese, oppure se è sufficiente dare una leggera inflessione regale al suono delle mie parole, per avvicinarmi un po' alla classe di quell'imbalsamato di Emanuele Filiberto. Poi ho pensato: ma sai che c'è....io gli parlo in livornese, livornese che trovo, tra tutte le varie modulazioni del toscano, la più bella, la più spontanea, quella che meglio fa percepire la nostra solarità, schiettezza, genuinità. Si racconta che casa Savoia abbia richiesto allo Stato italiano un risarcimento di non so quanti milioni di euro per aver violato, imponendo loro un esilio forzato, i fondamentali diritti umani. Devo aggiungere altro? Cosa dovrei dire ai nostri ex reali? Boia de' c'avete proprio la faccia come 'r culo!!!

martedì 20 novembre 2007

Mi sento come compressa, piena di sentimenti strizzati. Vorri poter deflagrare e prendere respiro, ma non riesco a far altro che scegliere un infantile mutismo. Non so perchè ma le parole, in questi giorni, restano come attaccate l'una sull'altra, incapaci di districarsi, prendere aria e corpo. E poi le parole di questi giorni sono tutto e il contario di tutto e non fanno altro che annullarsi a vicenda, lasciando un vuoto assoluto. Ma forse è solo per questo che non riescono a trovare una cassa armonica dove acquistare risonanza. E non la trovano neppure a scuola: oggi non mi sono proprio piaciuta, nonostante tutto il mio studio. Per fortuna quella classe insopportabile domani parte per la gita e io respiro senza di loro almeno per una settimana.

giovedì 15 novembre 2007

Rifugio

Si sta avvicinando un nuovo weekend, spero più sereno di quello appena trascorso. Domenica passata a sfogliare pagine, correggere compiti, godermi qualche ora di riposo. Sono sempre qui, in questa nuova casa, diventata così accogliente nonostante gli innumerevoli difetti e mancanze. Vado a Follonica, faccio il pieno di baci e abbracci, respiro l'odore di mare a pieni polmoni, consumo i miei sguardi a fissare i suoi occhi, le sue mani, le sue spalle e le sue gambe sempre più magre e poi, anche di fronte ad un suo invito a rimanere, preferisco la fuga. Questa casa sulla laguna è una stampella a tutte le mie paure, aiuta a sorreggermi, a non rovinare a terra schiacciata da tutte le mie ansie e le mie insicurezze. E così queste stanze esorcizzano i miei timori e i miei libri mi permettono di immergermi in un pensiero avvolgente e totalizzante, che lascia spazio a poco altro. Cerco di tenere lontana da me la domanda sul quando e come sarà. Ormai, almeno per me, non si tratta più di confrontarsi con un'ipotesi, ma con una certezza che è sì procrastinabile, ma del tutto ineluttabile. Allora, di fronte al pensiero della sua morte, vorrei tornare, immergermi in lei, tuffarmi nelle sue parole, farmi scuotere dai suoi abbracci. E invece torno e resto qui, in cerca di una calda protezione, sforzandomi di tenere la mente occupata, rifiutando si sfidare la morte e la vita, che così mi interpellano in questi ultimi giorni. Divertissment, direbbe un filosofo che ho molto amato all'età dei miei ragazzi. "Quando non si trova uan risposta alla morte - scriveva - è preferibile fuggirla". E io ci provo a fuggirla, ma lei mi rincorre e, come si dice in Maremma, "va pure come 'na scheggia".

venerdì 9 novembre 2007

La costanza della ragione

Mi dedico alla lettura di un bel romanzo di Pratolini, "La costanza della ragione", dando alle sue pagine la possibilità di ridestare in me le sensazioni legate a una città tanto amata. Ecco che le singole righe su cui corre il mio sguardo in attesa del sonno pizzicano le corde emotive che mi fanno sentire ancora tremendamente legata a quei luoghi. E così la Firenze di Bruno, quella del dopoguerra e della ricostruzione, diventa la mia ed è come se ne ripercorressi le strade e ne respirassi un po' il sapore. Firenze è di nuovo mia nella purezza del ricordo, un ricordo finalmente depurato di tutta la sofferenza legata a quelle stanze umide e fredde del Dipartimento. Finalmente liberata dalla Sua invadenza, dalla Sua "bestiale" presenza, adesso mi godo i ricordi della mia città. Così, mentre leggo Bruno sulla sua bicicletta attarversare il Mugnone e pedalare spedito verso P.zza Dalmazia, mi vedo sul mio Liberty inforcare Via Mercati, percorrerla tutta in salita e svoltare in quella via alberata su cui si affacciava la nostra piccola stanza. Una stanza amata-odiata, ma calpestata con l'etusiasmo dei vent'anni e con la cieca fiducia nel domani. E ripercorro con i pensieri le stanze di quella città: da quelle offertemi in San Frediano l'anno della tesi di laurea, a Via Talenti, a Gavinana, fino a quelle stanze calde e accoglienti del mio nido a Coverciano, oggi scaldate da un'amichevole presenza.
Mi manca Firenze, mi mancano le mie città. Mi mancano i rumori assordanti che allora erano così insopportabili, ma che ora vorrei davvero resuscitare per aprire una breccia in questo silenzio ovattato di provincia....silenzio che è della mia laguna, ma anche del mio cuore.

"Perchè a vent'anni è tutto ancora intero,
perchè a vent'anni è tutto chi lo sa,
a vent'anni si è stupidi davvero
quante balle si ha in testa a quell'età...."
Francesco Guccini, Eskimo

giovedì 25 ottobre 2007

Sgravare

Stamani in seconda (che per me, povera diplomata al liceo scientifico è ancora una stramaledetta quarta) Max e Francesco, mentre io consumavo le mie corde vocali sulla storia della Francia nel XVII secolo, si dedicavano, beati e tranquilli, ai loro esercizi di chimica, in attesa del compito che li attendeva all'ora successiva. Così ho chiesto loro di smetterla e di prestare almeno un po' di attenzione alla lezione, per poi sentirmi dire che avevo frainteso e che non erano gli esercizi di chimica a tenerli occupati. Non lo credo, ma hanno dimostrato di essere ancora più sciocchi, visto che, in mancanza di altri indizi, li ho dovuti accusare di giocare a battaglia navale o a filetto.
Il filetto di Max e Francesco è solo un proemio, una introduzione al racconto di oggi, ma necessario a cogliere la "bellezza" di quello che è accaduto stamani.
Poco dopo, spiegando la politica fiscale di Jean Baptiste Colbert, nella Francia di Luigi XIV, ho utilizzato l'espressione "sgravi fiscali", per accorgermi che gli sguardi dei miei alunni da addormentati quali sono alla prima ora di lezione, si sono trasformati in sguardi preoccupati, indagatori, increduli. Così ho chiesto loro il significato di tale oscura espressione per sapere che, per loro, uno "sgravio fiscale" non è altro che un inaspettato aumento delle tasse, incontrollabile, spesso inspiegabile. Oddio, datemi una sedia, perchè alle otto e trenta del mattino, con l'emicrania che sale lentamente, credo che non resisterò a lungo a simili sciocchezze. "Vabbè", mi sono detta, "prendiamo il toro per le corna e cerchiamo di capire il loro ragionamento". Si, forse è meglio fare un passo indietro e indagare sull'oscura forma verbale "sgravare".
"Sgravare"...ragazzi ma cosa significa sgravare?
"Prof. quando uno 'sgrava', 'sgrava'", prima risposta. In che senso? Cerco di penetrare i loro intricati ragionamenti, cerco di immedesimarmi in loro, cerco di recuperare quelle scarne nozioni di orbetellano che adesso posseggo. Forse ho capito, ma attendo a formulare ipotesi, cerco di raccogliere ancora qualche loro segnale. "Prof. quando qualcuno esagera, va' di fori, 'sgrava'".
Sì, le mie intuizioni avevano colto nel segno. Ed ecco che, un altro Francesco, anche lui sempre in altre faccende affaccendato, tira fuori dal cilindro della sua saggezza l'esempio calzante, che illumina ogni mio più esile dubbio:
"Prof. ecco l'esempio giusto: per esempio no, prima no, quando loro due giocavano a filetto no, mentre lei spiegava, insomma prof., 'hanno sgravato'". Ci siamo, tutto è chiaro adesso. Ecco che cosa significa per i ragazzi di Orbetello di una seconda liceo classico il verbo "sgravare".
Così mi rendo conto, ancora una volta, che dobbiamo indietreggiare ai primi passi dell'alfabetizzazione. Nell'ora di buco trascrivo loro dall'enciclopedia Treccani il significato del verbo, inserendoci anche alcuni esempi e distribuisco nell'ora successiva la pagina ai ragazzi, chiedendo loro di imparare ad usare un po' il linguaggio. Anche oggi hanno dimostrato un errore di prospettiva: se di solito scambiano i privilegi per diritti, oggi hanno sbambiato il dialetto con la lingua italiana. E meno male che insegno al classico!

mercoledì 24 ottobre 2007

Di nuovo una kefiah

Sono sommersa dai pensieri, alla ricerca, ancora una volta di uno stabile baricentro, di una prospettiva in grado di ampliare il raggio dei miei sguardi. Sono stati giorni di sorprese, questi appena passati. La sorpresa di sentirmi, mai come quest'anno, debole e insicura nell'affrontare questa nuova avventura a scuola, sempre meno tollerante nei confronti dei miei ragazzi che mi stupiscono, ogni volta, con i loro comportamenti insensati. Ogni tanto cerco la Barbara di quindici anni fa nei loro sguardi, la intercetto con avidità per vedermi ancora un po' in loro, per capire come sono cambiata, che cosa mi sia successo in questi anni, quali percorsi mi abbiano portato fin qua. Allora mi ritrovo dietro quella kefiah che avvolge il viso di Gaia ogni mattina, in quella acerba iniziazione alla politica che mi faceva essere così insopportabile ai miei compagni alla sua età, ma che mi rendeva così fiera, in quella sensazione di abitare i margini che ancora oggi rivendico con orgoglio. Mi chiedo se avrei o meno fatto sciopero contro il decreto Fioroni. Ho raccontato loro i miei, di scioperi, i nostri, così diversi ma anche così simili a quelli che oggi li tengono fuori dalle aule scolastiche. Ho parlato loro di quel gelido gennaio 1991 con le mani immobilizzate dal freddo a suonare la chitarra in quella piazza piena di noi, a intonare quel geniale "Saddam Hussein Party" che qualcuno (forse il Mignetti? Forse Lapo?) aveva così abilmente strumentato. Ho detto loro che sicuramente oggi non avrei scioperato contro la seconda guerra del Golfo, ma questa è un'altra storia, è la storia di come si cambia nel corso degli anni, è la storia di come si abbandona la kefiah e si vota per il pacchetto welfare. Gaia dice che sono una "cerchiobottista" e da una fan di Turigliatto non posso che aspettarmi questo; ma mi piace questo mio confrontarmi con lei, che è un po' come parlare a me stessa indietro nel tempo. Peccato che Gaia sia una perla rara, ma la ringrazio, insieme a pochi altri, di aiutarmi ad amare ancora questo lavoro e insieme ad esso, anche un po' me stessa.

domenica 7 ottobre 2007

Lacrime

Avevo scritto alcune righe di getto, dopo la tragedia di quindici giorni fa. Non le avevo pubblicate, semplicemente perchè ad Orbetello non posso collegarmi e a scuola tutto fa acqua, persino una semplice connessione in rete. Le pubblico adesso, per non dimenticare il dolore di quei giorni.

"Ho parlato un po’ di vita e di morte ai miei studenti di prima, proprio nei giorni scorsi. Un’introduzione alla filosofia non può che contemplare simili questioni, soprattutto se è Savater il filosofo che ti offre la chiave di ingresso da fornire ai tuoi ragazzi. Nel suo testo di iniziazione alla filosofia, “Le domande della vita”, racconta che il suo amore per questa disciplina è nata dopo essersi accorto che, nolens volens, sarebbe andato incontro alla morte. Prima o poi la nera signora avrebbe colpito anche lui, avrebbe bussato alla sua porta, senza chiedersi educatamente se fosse o meno pronto a questa necessità. Ne abbiamo discusso, tutti insieme. E ci siamo chiesti se è proprio come dice Savater, se una vita senza domande, senza stupore, senza la meraviglia aristotelica, non sia davvero un anestetizzarsi, un rinunciare alla vita in attesa della morte. E poi abbiamo parlato dell’ingiustizia di Anassimandro, l’espiazione di quella colpa nella distruzione dell’esserci, e abbiamo proprio riflettuto su quell’ingiustizia cosmica su cui scrive il filosofo milesio. E ripenso ai loro occhi adesso, adesso che questa ingiustizia si è fatta palpabile, adesso che le domande trovano ancora meno risposte, adesso, attoniti in un abbraccio consolatorio. Spero di riuscire a fare del mio meglio, senza varcare i limiti come di solito faccio, ma assicurando una presenza che possa almeno scaldare un po’. Ci vorrà un po’ per riprendere i ritmi di sempre, ci vorrà un po’ per distogliere lo sguardo da quel banchino….banchino che non so che fine farà….decideranno i ragazzi tutti insieme, su tutto. Noi dobbiamo solo aspettarli…ed amarli come sempre. "

Indometacina

Scrivo da Roma, dopo un mese di silenzio. Solitamente il mio mutismo è indice di benessere e serenità, di un mio ritirarmi in me stessa a godere gli attimi senza bisono di rimuginare come al mio solito. E' la terapia della scrittura che mi offre riparo ogni volta che ho bisogno di fare ordine nei miei pensieri. Quest'estate, invece, mi sono consessa delle pagine divertenti, buttate giù senza bisogno di lenire nessun dolore, nessuna delusione, senza bisogno di rintracciare, ancora una volta, un farmaco efficace....ho scritto così anche per prendermi un po' in giro, per ridere un po' di me e di quello strano zoo che è la mia famiglia. Settembre, invece, è stato un mese drammatico e non ho scritto perchè prostrata a terra da emicranie sempre più terribili e incontenibili, schiacciata da un corpo che non riesco più a controllare. Indometacina. Sono sopravvisuta grazie a dosi massicce di indometacina. Chissà cosa succederà. Adesso mi sento completamente distrutta, ma sto cercando la forza di reagire, anche pensando alle parole di mamma che è stata qualche giorno ad Orbetello a coccolarmi un po' e che mi ha curato e sostenuto nonostante tutto. Adesso, invece, mi godo le coccole del mio Riccardo, insieme a questa città così amata. Che dobbiamo visitare in macchina, purtroppo, invece che in moto, visto che sta piovendo da ieri.

martedì 4 settembre 2007

Giornate fiorentine

Torno a casa, dopo le intense giornate fiorentine. Intense, è proprio il caso di dirlo, per mille ragioni. Il mio incontro con quella che considero, ancora oggi, una delle mie città, uno di quegli spazi, reali e simbolici, che hanno contribuito a tessere la mia identità, oggi, forse, non più così sfilacciata. Il mio ritornare alla scuola estiva della Società Italiana delle Storiche che mi ha impegnato, in questi giorni, in una attenta riflessione su temi e questioni abbandonati dopo la mia fuga dall'Università. Il mio ritrovare persone così care, nonostante percorsi non più paralleli.
Ho cercato di rintracciare accordi tra le parole di oggi e quelle che hanno costituito il mio principale interesse negli ultimi anni e mi è piaciuto ritornare su un sentiero già battuto, quello che avrei davvero voluto percorrere fino in fondo se non avessi trovato un carcere asfissiante da cui non potevo che evadere. Ma se gli studi delle/sulle donne ancora mi emozionano e mi spingono, perchè no?, a riprendere in mano antichi progetti, tutto il resto è proprio dietro alle spalle. Che bello è tutto finito, che bello me ne sono andata. Percorrendo Via di Parione domenica pomeriggio ricordavo Antonio Tabucchi di "Piccoli Equivoci senza importanza" e pensavo a Erri De Luca e alla sue parole così illuminanti sulla pesantezza della vergogna.
A proposito, Erri ha appena pubblicato per Feltrinelli un libro sulla maternità. Tema così caldo, per la Barbara di oggi, che pensa a quella di sua madre ed alla sua (a cui si comincia un po' a pensare, vista l'età!!!). Lo compreremo.

"Una quantità di coraggi spuntano da vergogna e sono più tenaci di quelli saliti dalle collere che sono scatti rapidi a sbollire. Invece le vergogne sono di grano duro e non scuociono"
Erri De Luca, Il contrario di uno.

lunedì 27 agosto 2007

Radici

Sto riflettendo in questi giorni sulle ragioni che mi fanno essere così insicura sulla scelta da fare in merito alla scuola. Sembra che ci sia di nuovo la cattedra di Orbetello, ma sembra pure, dalle frammentarie ed incerte notizie che giungono dalle scuole intercettate e dagli uffici del Provveditorato, che possa accoppiare un discreto numero di ore sparse tra Grosseto e Follonica e restarmene, così, a casa. Una mattina mi sveglio pensando che sia meglio Orbetello, un’altra mattina scendo dal letto felice all’idea di non dovere abbandonare questo appartamento che, finalmente, si è trasformato da grigia prigione in un nido caldo ed accogliente. Starò forse mettendo radici? Il mio spirito nomadico è forse capitolato, di fronte ad un bisogno di stabilità e certezza?
Mi chiedo, ad esempio, come ho letto Londra in questi ultimi mesi, come ne ho vissuto il ricordo. Sono felice di scoprire che ha perso l’ossessività che aveva un tempo, che è finalmente spoglio, adesso, di tutti quei significati aggiuntivi con cui l’avevo appesantito. Anche questo mi sembra un bel passo in avanti, una nuova maglia rotta nella rete. Forse dovrei solo afferrare l’intuizione che questa benedetta rete, di cui tanto ho ciarlato, anche a sproposito, in questo blog, non è intessuta dalle “dinamiche assassine” legate al vivere la mia città, la mia famiglia, il mio lavoro, ma è solamente un grumo ispessito di insicurezze e paure che ha paralizzato il mio procedere. Ancora belle spesse, senza dubbio, ma che stanno cominciando a sgretolarsi sotto i colpi della mia tenacia e della mia voglia di ricominciare.

"La casa sul confine della sera
oscura e silenzione se ne sta
respiri un'aria limpida e leggera e senti voce forse di altra età
la casa sui confini dei ricordi
la stessa sempre come tu la sai
e tu ricerchi là le tue radici se vuoi capire l'anima che hai"
Francesco Guccini, Radici (1972)