venerdì 24 agosto 2007
Ospiti
Questo posto piace, non c’è che dire. A tutti, a quanto sembra. Loira dice che sogna una casa come la mia e che ne comprerebbe una anche più piccola pur di godere di un giardino come questo; babbo e mamma l’adorano così tanto che, nonostante io abbia provato, neppure tanto velatamente, a manifestare il mio disagio per la loro eterna presenza, sono sempre qui, per motivi ogni volta diversi. Giovanna chiede sempre “asilo politico” e Riccardo la preferiva alle stanze orbetellane sulla laguna, nonostante la sua scelta gli comportasse novanta chilometri in più ad ogni viaggio. Tutti amano questa casa. Anche i topi, ultimamente. Scivolano dalla canna fumaria, rimbalzano nel camino e poi girellano per tutte le stanze, nascondendosi non so dove e riuscendo a scappare, senza alcuna sorpresa, ai timidi tentativi di Bice di rincorrerli e di afferrarli. Che gatta goffa e idiota, con quella pancia che le ciondola e che le impedisce anche i più semplici movimenti. Lo so, dovrei metterla a dieta, ma sono così stanca di diete che vorrei che, almeno lei, se la godesse un po’. In fondo, non credo proprio che abbia l’emicrania. Il topo di questa volta è simpatico però e, se non fosse così poco igienico e pericoloso perché divoratore di ogni cosa, giuro che l’adotterei. Anche solo per il fatto che si è mangiato il formaggio senza restare mozzato nella tagliola che babbo aveva preparato per lui e nascosto dietro il frigo. E’ un mito, ci ha proprio fregato. Allora abbiamo pensato di sostituire il formaggio, forse troppo morbido e quindi masticabile, con un pezzo di pane duro. Costretto a masticare per un bel po’, sostiene babbo, sarà obbligato a restare sulla tagliola per un tempo sufficiente a farla scattare. Bene, ho guardato, ma il pane se lo sono mangiato le formiche che d’estate mi infestano la cucina. Contro le formiche è una battaglia persa, in partenza, nonostante polverine sparse a tutti gli angoli della casa. Devo solo aspettare il freddo e se ne torneranno nei loro formicai a consumare le scorte di cibo che hanno rastrellato indisturbate in casa mia (compreso il pane destinato al topo). Al piano di sopra invece ho convissuto per alcuni mesi con Billy, come io e Francesca l’avevamo ribattezzato, un geco che sembrava non volersene andare da quella camera accogliente. Piena di ragni tra l’altro, che si riproducono ad una velocità imbarazzante e che non riesco mai a togliere completamente. Insomma, quanto è amata questa casa, proprio da tutti. Ma perché non ve ne state un po’ tutti a casa vostra: le formiche nei formicai, i gechi appiccicati sui muri esterni e i topi dove vogliono purchè all’aria aperta? Gio e Riccardo, invece, hanno il via libera; per babbo e mamma si prevede una libertà vigilata, perché a volte, rompono un po’ i coglioni. Do you know what I mean?, avrei detto…una volta.
giovedì 23 agosto 2007
Graduatorie "ad esaurimento"
E' quasi l'una di notte. Ho provato ad addormentarmi, ho cercato di tenere sotto controllo un attacco di emicrania per poi capitolare e ricorrere all'ennesima supposta di Difmetrè. Penso ininterrottamente, non riesco a dormire, faccio ipotesi e poi le smonto e partorisco idee che da geniali si tramutano, nel giro di qualche ora, in barzellette ridicole. Non c'è niente da fare, sono condannata a questo eterno ruminare, sono costretta a dedicarmi a quest'arte del fare e del disfare nella quale sono un genio insuperabile. Mai una certezza, mai un punto fermo, solo un perenne rimuginare e ripercorrere con la mente le mille opzioni possibili. E cambio idea ogni secondo, anzi ogni frazione di secondo, rischiando di impazzire. Cerco invano di rallentare i miei pensieri, mi sforzo di rintracciare un po' di stabilità, un baricentro non suscettibile al primo ondeggiamento di umori, provo a non farmi sedurre dai dubbi che vanno a corrodere anche le poche certezze.
Ho capito, adesso, il Ministero della Pubblica Istruzione. Da quest'anno le graduatorie sono "blindate", ovvero, questa è stata l'ultima possibilità di scegliere la provincia dove lavorare e dove inserirsi. Idea geniale, ad una prima lettura. Nessuno può più (almeno fino ai prossimi ripensamenti che in questo ambito sono quasi giornalieri) sorpassarti ad ogni aggiornamento, nessuno può più mettere in dubbio la tua posizione nella classifica dei supplenti, nella top ten del precario. Lì sei e lì rimani, in eterna attesa del "ruolo", banchetto pasquale dopo una così lunga quaresima....Ma non avrebbero certo potuto chiamarsi "graduatorie blindate", meglio battezzarle con l'espressione che a loro più si aggrada: "graduatorie ad esaurimento". Perchè è questo che alla fine diventiamo: un popolo di esauriti che non sanno fino all'ultimo giorno dove sverneranno l'inverno, quante ore lavoreranno, quanto guadagneranno e cercano, con una ricerca famelica e pure un po' insensata, di carpire più informazioni possibili, per non arrivare impreparati il giorno delle nomine. Che sarà giovedì prossimo per noi insegnanti di filosofia e storia, alle nove. Ci troveremo tutti a Grosseto a vedere come andranno ad amalgamarsi le mille variabili che cerco adesso di dominare ma che so saranno visibili solo fra una settimana. Ci vediamo a Grosseto giovedì prossimo, tutti belli "esauriti".
In questi, giorni, di fronte a queste esitazioni, a questi continui cambiamenti, a queste idee diverse e contrarie che si rincorrono nella mia testa, mi rimbombano nella mente i versi di Dante di fronte a Virgilio, nel secondo canto dell'Inferno: " e come quei che disvuol ciò che volle / e per novi pensier cangia proposta / sì che dal cominciar tutto si tolle /tal mi fec'io 'n quella oscura costa /perchè, pensando, consumai la 'mpresa / che fu nel cominciar cotanto tosta".
Ho capito, adesso, il Ministero della Pubblica Istruzione. Da quest'anno le graduatorie sono "blindate", ovvero, questa è stata l'ultima possibilità di scegliere la provincia dove lavorare e dove inserirsi. Idea geniale, ad una prima lettura. Nessuno può più (almeno fino ai prossimi ripensamenti che in questo ambito sono quasi giornalieri) sorpassarti ad ogni aggiornamento, nessuno può più mettere in dubbio la tua posizione nella classifica dei supplenti, nella top ten del precario. Lì sei e lì rimani, in eterna attesa del "ruolo", banchetto pasquale dopo una così lunga quaresima....Ma non avrebbero certo potuto chiamarsi "graduatorie blindate", meglio battezzarle con l'espressione che a loro più si aggrada: "graduatorie ad esaurimento". Perchè è questo che alla fine diventiamo: un popolo di esauriti che non sanno fino all'ultimo giorno dove sverneranno l'inverno, quante ore lavoreranno, quanto guadagneranno e cercano, con una ricerca famelica e pure un po' insensata, di carpire più informazioni possibili, per non arrivare impreparati il giorno delle nomine. Che sarà giovedì prossimo per noi insegnanti di filosofia e storia, alle nove. Ci troveremo tutti a Grosseto a vedere come andranno ad amalgamarsi le mille variabili che cerco adesso di dominare ma che so saranno visibili solo fra una settimana. Ci vediamo a Grosseto giovedì prossimo, tutti belli "esauriti".
In questi, giorni, di fronte a queste esitazioni, a questi continui cambiamenti, a queste idee diverse e contrarie che si rincorrono nella mia testa, mi rimbombano nella mente i versi di Dante di fronte a Virgilio, nel secondo canto dell'Inferno: " e come quei che disvuol ciò che volle / e per novi pensier cangia proposta / sì che dal cominciar tutto si tolle /tal mi fec'io 'n quella oscura costa /perchè, pensando, consumai la 'mpresa / che fu nel cominciar cotanto tosta".
lunedì 20 agosto 2007
Fuori dalla caverna
Ho scritto queste poche righe alcuni giorni fa, in preda ad un acuto malessere. Le trascrivo solo adesso, dopo che l'amarezza si è stemperata.
"E’ un nuovo giorno a Follonica, senza dubbio più pesante di quello appena passato, ma va bene, va tutto tremendamente bene. Tutto torna, adesso, una volta disciolte le parole compresse. Per quale motivo, non so. Mi chiedo come sia possibile che le persone che più ti sono vicine cambino davanti ai tuoi occhi in maniera improvvisa ed inattesa, senza che tu abbia avuto il sentore, senza che tu abbia avuto il tempo di registrarne il cambiamento. E’ proprio vero che siamo sempre, costantemente, prigionieri di quella maledetta caverna, incapaci di volgere attorno il capo. Ed è tremendamente vero che quando abbandoni il buio delle tue sicurezze gli occhi ti fanno male e il dolore si diffonde su tutto il corpo, fino a colpire la tua anima". Ecco un'altra necessaria e vitale maglia rotta nella rete.
"Somigliano a noi, risposi; credi che tali persone possano vedere, anzitutto di sè e dei compagni, altro se non le ombre proiettate dal fuoco sulla parete della caverna che sta loro di fronte?"
Platone, La repubblica, libro VII.
"E’ un nuovo giorno a Follonica, senza dubbio più pesante di quello appena passato, ma va bene, va tutto tremendamente bene. Tutto torna, adesso, una volta disciolte le parole compresse. Per quale motivo, non so. Mi chiedo come sia possibile che le persone che più ti sono vicine cambino davanti ai tuoi occhi in maniera improvvisa ed inattesa, senza che tu abbia avuto il sentore, senza che tu abbia avuto il tempo di registrarne il cambiamento. E’ proprio vero che siamo sempre, costantemente, prigionieri di quella maledetta caverna, incapaci di volgere attorno il capo. Ed è tremendamente vero che quando abbandoni il buio delle tue sicurezze gli occhi ti fanno male e il dolore si diffonde su tutto il corpo, fino a colpire la tua anima". Ecco un'altra necessaria e vitale maglia rotta nella rete.
"Somigliano a noi, risposi; credi che tali persone possano vedere, anzitutto di sè e dei compagni, altro se non le ombre proiettate dal fuoco sulla parete della caverna che sta loro di fronte?"
Platone, La repubblica, libro VII.
mercoledì 15 agosto 2007
Emicranie estive

Ancora una nuova emicrania. Ho cercato di stemperarne l’arroganza con una nuova supposta, l’ennesima. Mi uccideranno, questi farmaci mi uccideranno. Cerco di non abusarne, ma il dolore è ogni volta così lancinante che non riesco a farne a meno. Babbo mi sta facendo le iniezioni protettive, nel tentativo di proteggere il mio già così fragile corpo. Sono appena tornata da una cena a casa di Paolo e Simona e ancora, nonostante il Difmetré, sento ogni fibra del mio corpo pervasa da questa sensazione di dolore mista a stordimento. Il risultato del mio essere, giocoforza, una drogata legalizzata. Leggo sulle istruzioni che una supposta contiene: principio attivo indometacina mg 25, caffeina mg 75, proclorperazina dimaleato mg 4. Ecco di che cosa mi faccio quasi ogni giorno. Porto sulle spalle il peso degli ultimi giorni, o meglio, sulla testa. Mi chiedo perché questo ritorno in grande stile della mia terribile compagna emicrania. Ancora una volta cerco di proteggermi dai suoi assalti con mille accorgimenti per poi capitolare e sventolare bandiera bianca. E’ sempre lei a vincere la partita, non riesco a metterla alla porta. Nonostante tutto stasera ho cercato di non farmi soffocare dal dolore e godermi una piacevole serata con un pezzo di famiglia che mi ha donato il dolce sapore dell’appartenenza. E mi sono anche bevuta un bel rosso di Montalcino, alla faccia dei consigli della Lichkok, come la chiama Riccardo.
lunedì 13 agosto 2007
Millenovecentottanta
Che anno è stato? Bo, non so. E’ stato l’anno della pubblicazione del “Nome della Rosa” di Umberto Eco, il primo vero romanzo di cui ho sfogliato le pagine e che mi ha fatto innamorare del calore della scrittura. Vittorio Bachelet è stato ucciso dalle Brigate Rosse, John Lennon da uno squilibrato, è morto Tito a Belgrado, in Irpinia si è aperta la terra e a Milano il biscione ha dato vita a Canale 5. Intanto io entravo per la prima volta in una scuola elementare, in quegli stabili di Via Marconi che oggi, mi pare, ospitino un gommista o qualcosa del genere. Mamma e babbo avevano l’età che io mi porto addosso oggi e continuavamo ad andare a Roma per le visite ai nonni che da lì a poco si sarebbero trasferiti nella nostra città che, forse, non era poi così diversa da come la vedo oggi. Nell’estate del 1980 mi godevo i giochi ai “Bagni Gelli”, come noi avevamo ribattezzato quella lingua di spiaggia libera affollata da noi bambini e dai loro genitori che, operai, non potevano permettersi l’ombrellone agli stabilimenti adiacenti. Io e Sara continuavamo ad azzuffarci per ogni piccolezza per poi ritrovarsi, ventisette anni dopo, a raccontarci le vie più o meno tortuose delle nostre vite e dei nostri amori. E nessuno si sarebbe immaginato che uno di noi avrebbe trascorso l’estate del 2007 in un carcere livornese per qualcosa di più grande di lui, che nessuno di noi osa decifrare. Insomma, come quelli che lo hanno preceduto, il 1980 fu un anno di grande spensieratezza e serenità per la mia famiglia, che avrebbe vissuto momenti drammatici negli anni a venire. Un anno di bambina, una piccola “culodritto” con gli occhi spalancati sul mondo, pronta a cogliere ogni movenza, a decifrare ogni oscuro meccanismo, a moltiplicare le domande per vivida curiosità. Ma allora mi chiedo: perché questo 1980 dovrebbe spaventarmi così tanto? Pensando a questo stasera, accompagnata da questa musica caldissima e avvolgente, capisco che, ancora una volta, il mio sguardo è male indirizzato e vede pericoli dove non ci sono, lasciandosi sfuggire le vere insidie. Evviva il 1980.
"L'estate paziente"
Avrei tante cose da dire ma è come se le parole mi restassero strozzate in gola. Decido di postare ugualmente, convinta che questo blog, possa ancora parlare di me. Per chi non so più ormai, ma non importa. E’la mia finestra sul mondo e voglio ancora aprirla qualche volta per affacciarmi con le mie smorfie. Sono anche stufa di questa scrittura cerebrale e intimista che, come dice Alida, sminuisce la mia esuberanza e mi fa apparire per quella che non sono. Chissà, forse da queste pagine sembro essere una “boring woman”, come un lettore mi ha apostrofato in un commento un po’ di tempo fa. Che estate, piena di sorprese, di turbamenti, di paure e inquietudini. Non ho scritto, quasi mai, tutta presa come sono stata dall’affrontare mille pensieri, girandole di sensazioni, turbinii di incertezze. Mi chiedo se questa estate, prima della sua prossima fine, avrà ancora in serbo qualche sorpresa per me. Un’estate partita a gran velocità, con le emozioni che si rincorrevano ad un buon ritmo, estate che poi ha vissuto una brusca frenata fino a rischiare il collasso, per poi ripartire, sebbene con un battito rallentato. L’angoscia, non so perché, è arrivata da qualche settimana, davanti a quella domanda: ma che sarà di me a settembre? Ma in fondo, se ricerco un briciolo di razionalità, capisco che non posso aspettarmi che paura e inquietudine da quella che io chiamo “l’estate del precario”…
in mezzo a graduatorie, incarichi di ruolo, brutte sorprese, paure sul prossimo futuro (avrei potuto chiamarla “l’estate della supplente” ma mi vengono in mente le commedie sexy all’italiana….quindi vada per l’altra espressione, senza dubbio più sobria). Sembra tutto passato, adesso. Ora c’è un’attesa più calma e raccolta, meno ansiogena, convinta che la Dea Casualità giocherà le sue carte e io ne sarò, ancora una volta, vittima…Vittima? Per adesso, concedetemi questo purismo linguistico, ho avuto sempre un gran culo, nel bene e nel male.
E poi basta, sono stanca di rimuginare su quello che avrei o meno potuto fare. Non c’è niente che mi riesca bene come questo. Sono giornate serene, nonostante tutto e sono contenta per come riesco ad affrontare gli imprevisti e a sbrigliare le matasse, sempre più ingarbugliate.
Aspetto che questi giorni di metà agosto finiscano, portando con sé i mille turisti, il caldo, la festa dell’Unità che mi impegna quasi tutte le sere. E cominci l’ultima, intensa settimana prima di sapere dove il caso mi catapulterà il prossimo settembre. Vedremo. Per adesso vivo, come ho finalmente imparato a fare… e ricomincio a correre.
in mezzo a graduatorie, incarichi di ruolo, brutte sorprese, paure sul prossimo futuro (avrei potuto chiamarla “l’estate della supplente” ma mi vengono in mente le commedie sexy all’italiana….quindi vada per l’altra espressione, senza dubbio più sobria). Sembra tutto passato, adesso. Ora c’è un’attesa più calma e raccolta, meno ansiogena, convinta che la Dea Casualità giocherà le sue carte e io ne sarò, ancora una volta, vittima…Vittima? Per adesso, concedetemi questo purismo linguistico, ho avuto sempre un gran culo, nel bene e nel male.
E poi basta, sono stanca di rimuginare su quello che avrei o meno potuto fare. Non c’è niente che mi riesca bene come questo. Sono giornate serene, nonostante tutto e sono contenta per come riesco ad affrontare gli imprevisti e a sbrigliare le matasse, sempre più ingarbugliate.
Aspetto che questi giorni di metà agosto finiscano, portando con sé i mille turisti, il caldo, la festa dell’Unità che mi impegna quasi tutte le sere. E cominci l’ultima, intensa settimana prima di sapere dove il caso mi catapulterà il prossimo settembre. Vedremo. Per adesso vivo, come ho finalmente imparato a fare… e ricomincio a correre.
giovedì 5 luglio 2007
A scuola da Berlusconi
Stamani appena sveglia ero in preda a un senso di smarrimento. Velata da una sensazione di tristezza riflettevo su molte cose: sull’apparente guarigione di mia madre, sull’incertezza del mio lavoro, così amato ma così insicuro, sulla lontananza che mi separa da questo nuovo amore. Era come se, ancora una volta, vedessi i miei più profondi desideri rimandati in un nebuloso domani. Ma per fortuna, qualcosa è venuto in mio aiuto, facendomi godere della gioia di abitare questo straordinario e formidabile paese. Al tavolo di cucina, assonnata di fronte alla mia colazione, ho cercato nei programmi televisivi dell’alba qualcosa che mi svegliasse dal torpore e mi desse la carica. Ed è arrivato questo qualcosa, presto, prestissimo. Una giovanissima deputata forzista, identica a tutte le altre, imbalsamata nella sua bellezza, ha informato gli italiani mattinieri che il presidente Berlusconi ha istituito una scuola per la formazione delle giovani leve del suo “partito”. La deputata ha poi precisato che la scuola, che si chiamerà ovviamente, “scuola del pensiero liberale”, fornirà un supposto formativo a tutti coloro che, alla vigilia della discesa in campo in politica, vogliano acquisire una solida preparazione sui fondamenti del pensiero liberale.
Consiglierei un corso monografico sul Trattato sul governo di John Locke, dove il filosofo inglese parla di divisione dei poteri e, soprattutto, dei limiti al diritto di proprietà. Consiglieri anche, e vivamente, un corsetto sulla visione liberale dei rapporti tra stato e chiesa, tra potere politico e potere religioso. Inviterei a partecipare a quest’ultimo non solo il casto Formigoni, che di Berlusconi si dichiara seguace ed ammiratore, ma anche il caro Walter Veltroni che sembra essersi immolato alla causa del Pd. Qualche lezione di laicità non farebbe male a nessuno, soprattutto a chi sta per aprire la porta alla Binetti & Co. Buona scuola a tutti.
Consiglierei un corso monografico sul Trattato sul governo di John Locke, dove il filosofo inglese parla di divisione dei poteri e, soprattutto, dei limiti al diritto di proprietà. Consiglieri anche, e vivamente, un corsetto sulla visione liberale dei rapporti tra stato e chiesa, tra potere politico e potere religioso. Inviterei a partecipare a quest’ultimo non solo il casto Formigoni, che di Berlusconi si dichiara seguace ed ammiratore, ma anche il caro Walter Veltroni che sembra essersi immolato alla causa del Pd. Qualche lezione di laicità non farebbe male a nessuno, soprattutto a chi sta per aprire la porta alla Binetti & Co. Buona scuola a tutti.
Registro di classe
Mi sono lasciata di nuovo affanscinare dalle pagine di quel testamento narrativo che è Registro di classe di Sandro Onofri. Mi ha accompagnato per tutto l'anno scolastico, some stimolo alla riflessione. Trascrivo le due pagine più belle, nonostante la lunghezza.
"Quelli che di questi tempi, con gli scrutini, non fanno che interrogare e interrogare. Quelli che tanto non serve a niente. Quelli che lo sciopero è solo una perdita di tempo. Quelli che chi sciopera crea disagio solo ai colleghi. Quelli che fate come volete basta che non mi fate tornare di pomeriggio un’altra volta. Quelli che per quello che ci danno. Quelli che io, con questi studenti qua, posso concedere al massimo un cinque. Quelli che io do tutti sei, mica voglio tornare a fare il recupero. Quelli che ma queste sono bestie, cosa gli vuoi dare? Quelli che la scuola sarebbe così bella se solo non ci fossero i ragazzi. Quelli che noi, che facciamo i professori, lo facciamo per una vocazione. Quelli che nessuno lo capisce. Quelli che è così bello stare in mezzo ai giovani. Quelle che, ehi, sbrighiamoci, a me alle cinque se ne va via la baby-sitter. Quelli che senta, Preside, lei deve prendere provvedimenti con questa classe qui. Quelli che, con questi giovani, che si presentano con il cappellino in tesa, e il chewingum in bocca. Quelli che io fra dieci giorni sarò in settimana bianca. Quelli che a me mi mancano solo due anni per la pensione. Quelli che a me ne mancavano tre, ma mi hanno fregato. Quelli che lasciano la macchina alla stazione, sennò lo stipendio se ne va via per la benzina. Quelli che io sono un professore serio, i miei voti vanno dal due al cinque. Quelli che ma com’è, com’è che le colleghe so’ diventate tutte racchie? Quelli che in questa cazzo di scuola non c’è manco una saponetta. Quelli che ma dopo, c’è qualcuno che mi dà un passaggio? Quelli che ma in gita chi ci va quest’anno? Quelli che abbiamo studiato tanto e guarda come ci ritroviamo. Quelli che tanto puoi insegnargli quello che ti pare, questi quando escono da qui cosa credi che gli resta? Quelli che l’hai vista la supplente di ginnastica quanto è bona? Quelli che ma quando ci danno la maturità? Quelli che basta, basta fare gli psicologi, qui chi non fa non merita. Quelli che tanto lo so, vi lamentate a poi a fine anno promuovete tutti. Quelli che io non ero così. Quelli che invece no, questo ragazzo è proprio educato, buono, non disturba mai, sta zitto zitto: sette! Quelli che è tutta fatica sprecata. Quelle che ma dove l’hai comprato ‘sto cappottino? Quelle che se rinasco voglio fa’ la bidella. Quelli che queste giovani generazioni, senza valori, senza più padri. Quelli che a noi ci dovrebbero dare l’indennità per i rischi che ci accolliamo. Quelli che la loro materia la sanno così, non c’è mica bisogno di studiare. Quelli che ma tu non sei un po’ troppo largo di maniche? Quelli che io oggi il verbale non lo scrivo. Quelli che i genitori sono peggio dei figli. Quelli che, per questi qui, quello che so basta e avanza. Quelli che guardano quelli che e pensano: questi, beati loro, questi non hanno ancora capito".
Sandro Onofri, Registro di classe.
"Quelli che di questi tempi, con gli scrutini, non fanno che interrogare e interrogare. Quelli che tanto non serve a niente. Quelli che lo sciopero è solo una perdita di tempo. Quelli che chi sciopera crea disagio solo ai colleghi. Quelli che fate come volete basta che non mi fate tornare di pomeriggio un’altra volta. Quelli che per quello che ci danno. Quelli che io, con questi studenti qua, posso concedere al massimo un cinque. Quelli che io do tutti sei, mica voglio tornare a fare il recupero. Quelli che ma queste sono bestie, cosa gli vuoi dare? Quelli che la scuola sarebbe così bella se solo non ci fossero i ragazzi. Quelli che noi, che facciamo i professori, lo facciamo per una vocazione. Quelli che nessuno lo capisce. Quelli che è così bello stare in mezzo ai giovani. Quelle che, ehi, sbrighiamoci, a me alle cinque se ne va via la baby-sitter. Quelli che senta, Preside, lei deve prendere provvedimenti con questa classe qui. Quelli che, con questi giovani, che si presentano con il cappellino in tesa, e il chewingum in bocca. Quelli che io fra dieci giorni sarò in settimana bianca. Quelli che a me mi mancano solo due anni per la pensione. Quelli che a me ne mancavano tre, ma mi hanno fregato. Quelli che lasciano la macchina alla stazione, sennò lo stipendio se ne va via per la benzina. Quelli che io sono un professore serio, i miei voti vanno dal due al cinque. Quelli che ma com’è, com’è che le colleghe so’ diventate tutte racchie? Quelli che in questa cazzo di scuola non c’è manco una saponetta. Quelli che ma dopo, c’è qualcuno che mi dà un passaggio? Quelli che ma in gita chi ci va quest’anno? Quelli che abbiamo studiato tanto e guarda come ci ritroviamo. Quelli che tanto puoi insegnargli quello che ti pare, questi quando escono da qui cosa credi che gli resta? Quelli che l’hai vista la supplente di ginnastica quanto è bona? Quelli che ma quando ci danno la maturità? Quelli che basta, basta fare gli psicologi, qui chi non fa non merita. Quelli che tanto lo so, vi lamentate a poi a fine anno promuovete tutti. Quelli che io non ero così. Quelli che invece no, questo ragazzo è proprio educato, buono, non disturba mai, sta zitto zitto: sette! Quelli che è tutta fatica sprecata. Quelle che ma dove l’hai comprato ‘sto cappottino? Quelle che se rinasco voglio fa’ la bidella. Quelli che queste giovani generazioni, senza valori, senza più padri. Quelli che a noi ci dovrebbero dare l’indennità per i rischi che ci accolliamo. Quelli che la loro materia la sanno così, non c’è mica bisogno di studiare. Quelli che ma tu non sei un po’ troppo largo di maniche? Quelli che io oggi il verbale non lo scrivo. Quelli che i genitori sono peggio dei figli. Quelli che, per questi qui, quello che so basta e avanza. Quelli che guardano quelli che e pensano: questi, beati loro, questi non hanno ancora capito".
Sandro Onofri, Registro di classe.
Bilanci
Sforzo a registrare le emozioni di queste ultime settimane, nonostante sia difficile menzionarle tutte e dare loro voce . E' finito il primo, vero, intenso anno di scuola. Ho salutato i ragazzi sciogliendo, come al mio solido, il nodo di pianto che mi bloccava il respiro, lasciando cadere qualche lacrima, non prima però di un coinvolgimento in una lotta bambinesca con le pistole ad acqua.
E’ arrivato, inevitabile, il momento dei bilanci che, ogni volta, perfezionista ed esigente come sono verso me stessa, mi trovano sempre perdente. Gli errori non si contano. Sciocchi, irragionevoli e a volte inspiegabili, dettati da una acerba esperienza ma anche da una endemica approssimazione che dovrò imparare, nolens volens, a superare.
Eppure, nonostante i rimproveri, so che non solo non potrei essere diversa da come sono, ma che, in fondo, non lo desidero neppure. Adesso non indosso più quella penosa maschera che tanto mi soffocava all’università e posso tornare ad essere quella che sono. Niente più farse, niente più finzioni. Adesso ho ripreso il potere di essere me stessa. In questi giorni pensavo che se non avessi provato quella rabbia e quel disgusto trasformatisi in coraggio, adesso sarei inchiodata ad una scrivania, a dipendere, quotidianamente, da una volontà altrui, arrogante ed arbitraria. Ed invece sono ancora in mezzo ai miei ragazzi, anche se non so per quanto. Le graduatorie, in fondo, non hanno rappresentato una brutta sorpresa, e sono anzi un buon inizio, nell’attesa che la snervante estate del precario finisca. Che inizia domani, ad esami finiti.
E’ arrivato, inevitabile, il momento dei bilanci che, ogni volta, perfezionista ed esigente come sono verso me stessa, mi trovano sempre perdente. Gli errori non si contano. Sciocchi, irragionevoli e a volte inspiegabili, dettati da una acerba esperienza ma anche da una endemica approssimazione che dovrò imparare, nolens volens, a superare.
Eppure, nonostante i rimproveri, so che non solo non potrei essere diversa da come sono, ma che, in fondo, non lo desidero neppure. Adesso non indosso più quella penosa maschera che tanto mi soffocava all’università e posso tornare ad essere quella che sono. Niente più farse, niente più finzioni. Adesso ho ripreso il potere di essere me stessa. In questi giorni pensavo che se non avessi provato quella rabbia e quel disgusto trasformatisi in coraggio, adesso sarei inchiodata ad una scrivania, a dipendere, quotidianamente, da una volontà altrui, arrogante ed arbitraria. Ed invece sono ancora in mezzo ai miei ragazzi, anche se non so per quanto. Le graduatorie, in fondo, non hanno rappresentato una brutta sorpresa, e sono anzi un buon inizio, nell’attesa che la snervante estate del precario finisca. Che inizia domani, ad esami finiti.
mercoledì 6 giugno 2007
Il dolce sapore di una sorellanza
Ho scritto questi appunti qualche settimana fa, mentre viaggiavo in treno verso Roma. Sono rimasti sulla mia agendina senza che dessi loro respiro. Li trascrivo adesso, dal momento che sono, per me, parole estremamente preziose.
"Qualche giorno fa, pensando alla morte, in primo luogo alla mia e poi a quella degli altri, mi sono chiesta chi delle due accompagnerà l’altra, dove non so. Non mi sono chiesta se, ma come saremo vicine anche negli ultimi istanti, dando per scontato che la tua sarà una delle ultime mani da cui attrarre il calore. E poi mi sono chiesta se mai riuscirò a partorire una figlia un giorno, una Marta incantevole, per dare a questo simbolico gineceo una nuova presenza, di donna. Sento che non sarei quella che sono, oggi, senza la tua vigile e costante vicinanza. Una vicinanza che ha seguito ogni mio passo, ha soccorso ogni caduta, ha sorvegliato ogni svolta pericolosa o incerta.
Ricordo quel sabato, quel prosciutto offerto in segno di accoglienza e benvenuto (cos’altro potevi aspettarti da un gruppo di gaudenti?), penso a tutti quei momenti di condivisione, alle giornate pisane, ai concerti, alle risate, alle urla a perdifiato, ai pianti a dirotto, penso all’apparente aderenza delle nostre vite che così spesso si sono assomigliate nei loro tortuosi percorsi. Dio mio Gio quante cose, Dio mio quanto è inestimabile questa sorellanza. Chissà cosa ci aspetta nei prossimi anni, spero che anche tu, come me, adesso non ne sia più impaurita. Sono convinta che ci aspetta un gran futuro, ad entrambe...per adesso goditi questa dichiarazione…senza montarti troppo la testa però…
"Qualche giorno fa, pensando alla morte, in primo luogo alla mia e poi a quella degli altri, mi sono chiesta chi delle due accompagnerà l’altra, dove non so. Non mi sono chiesta se, ma come saremo vicine anche negli ultimi istanti, dando per scontato che la tua sarà una delle ultime mani da cui attrarre il calore. E poi mi sono chiesta se mai riuscirò a partorire una figlia un giorno, una Marta incantevole, per dare a questo simbolico gineceo una nuova presenza, di donna. Sento che non sarei quella che sono, oggi, senza la tua vigile e costante vicinanza. Una vicinanza che ha seguito ogni mio passo, ha soccorso ogni caduta, ha sorvegliato ogni svolta pericolosa o incerta.
Ricordo quel sabato, quel prosciutto offerto in segno di accoglienza e benvenuto (cos’altro potevi aspettarti da un gruppo di gaudenti?), penso a tutti quei momenti di condivisione, alle giornate pisane, ai concerti, alle risate, alle urla a perdifiato, ai pianti a dirotto, penso all’apparente aderenza delle nostre vite che così spesso si sono assomigliate nei loro tortuosi percorsi. Dio mio Gio quante cose, Dio mio quanto è inestimabile questa sorellanza. Chissà cosa ci aspetta nei prossimi anni, spero che anche tu, come me, adesso non ne sia più impaurita. Sono convinta che ci aspetta un gran futuro, ad entrambe...per adesso goditi questa dichiarazione…senza montarti troppo la testa però…
Rinascite
Non scrivo da più di un mese, per varie ragioni. Certo la tecnologia non è venuta in mio aiuto, con una connessione internet alquanto balorda, un computer che, nonostante sia indispensabile in questi ultimi giorni di scuola, si guasta con una capacità sorprendente, quasi a volermi punire di un suo uso eccessivo. Anche lui si è preso il suo periodo di risposo, strappandomelo con la forza, come fa spesso il mio corpo quando lo sottopongo a fatiche eccessive e si ferma, costringendomi all’immobilismo della mia emicrania. Ma non ho scritto anche per altre ragioni, forse perché è venuto meno il pungolo continuo della ruminazione mentale e soprattutto perché ho davvero staccato la spina, tutta presa come sono stata a godermi a pieno questa salutare rinascita. Che bello, rinascere, ancora una volta. Quante sono state in questi anni? Se penso alle mie rinascite la prima che mi viene in mente è quella che mi ha restituito a mia madre. Una rinascita che non ha coinciso affatto con il cancro che l’ha colpita, ma che risale a molto tempo prima, come questo blog itinerante le ha ben manifestato, nelle sue plurali manifestazioni d’amore. Anche Carla Lonzi parlava di una "seconda nascita" riferendosi all’incontro con il movimento delle donne e io non posso che appropriarmi di queste sue parole. Una "seconda nascita" sì, soprattutto rispetto al suo essere donna e madre. Poi penso alla rinascita scaturita da quella fuga: non tanto l’incontro con il caos assordante di Londra, ma quella lettera prudentemente impostata in quell’appartamento fiorentino che ha segnato il definitivo abbandono di una maschera diventata asfissiante.
Ed adesso assaporo questa nuova rinascita, questo mio ritornare a vivere con entusiasmo, imponendo a me stessa di essere attenta a godermi ogni attimo, ogni emozione, ogni sottile sensazione. Tutto questo mi parla con una pluralità di linguaggi, che si sovrappongono, producendo una melodia dolcissima e finalmente orecchiabile. Non ho nemmeno voglia di chiedermi quanto durerà tutto questo, se riusciremo a sopravvivere, se supereremo le mie paure, le mie insicurezze, se non mi lascerò strozzare da questa nostalgia per un passato che parla una lingua adesso davvero quasi incomprensibile. Lui invece parla un linguaggio che intreccia il passato al futuro, in una continuità quasi sorprendente: richiama in me accordi antichi, mai dimenticati, stratificati nelle mie memorie di bambina e, allo stesso tempo, mi proietta in un futuro tanto incerto quanto piacevolmente immaginato. Finalmente si pensa di nuovo al futuro, si pensa di nuovo al domani e si immagina solare, pieno di sorprese, di regali inaspettati. Che bello essere di nuovo viziata da un pensiero costante, che bello essere di nuovo accompagnata da una presenza diventata già tremendamente necessaria. Presenza che scalda, che protegge, che avvolge.
Ma oltre a rinascere in queste ultime settimane sono stata impegnata, come al mio solito, ad infilarmi nei soliti impicci e così, presa non so da cosa, da una passione antica, da una voglia di radici, mi sono fatta coinvolgere nella costituente del Pd. E meno male che il mio ultimo post era proprio un grido di terrore di fronte a questa prospettiva. Che però, nonostante io stessa continui a scalciare in segno di rifiuto, sarà davvero l’unica alternativa a questo marasma. Sono anche in mezzo a un trasloco, ma di questo parlerò più avanti.
Dimenticavo….in tutto questo c’è anche una canina….che non ho ancora visto…"porco canaccio".
Crozza a Ballarò, in questo momento:
"Mai mi sarei aspettato di vedere Berlusconi che difende così tanto la guardia di finanza".
Ed adesso assaporo questa nuova rinascita, questo mio ritornare a vivere con entusiasmo, imponendo a me stessa di essere attenta a godermi ogni attimo, ogni emozione, ogni sottile sensazione. Tutto questo mi parla con una pluralità di linguaggi, che si sovrappongono, producendo una melodia dolcissima e finalmente orecchiabile. Non ho nemmeno voglia di chiedermi quanto durerà tutto questo, se riusciremo a sopravvivere, se supereremo le mie paure, le mie insicurezze, se non mi lascerò strozzare da questa nostalgia per un passato che parla una lingua adesso davvero quasi incomprensibile. Lui invece parla un linguaggio che intreccia il passato al futuro, in una continuità quasi sorprendente: richiama in me accordi antichi, mai dimenticati, stratificati nelle mie memorie di bambina e, allo stesso tempo, mi proietta in un futuro tanto incerto quanto piacevolmente immaginato. Finalmente si pensa di nuovo al futuro, si pensa di nuovo al domani e si immagina solare, pieno di sorprese, di regali inaspettati. Che bello essere di nuovo viziata da un pensiero costante, che bello essere di nuovo accompagnata da una presenza diventata già tremendamente necessaria. Presenza che scalda, che protegge, che avvolge.
Ma oltre a rinascere in queste ultime settimane sono stata impegnata, come al mio solito, ad infilarmi nei soliti impicci e così, presa non so da cosa, da una passione antica, da una voglia di radici, mi sono fatta coinvolgere nella costituente del Pd. E meno male che il mio ultimo post era proprio un grido di terrore di fronte a questa prospettiva. Che però, nonostante io stessa continui a scalciare in segno di rifiuto, sarà davvero l’unica alternativa a questo marasma. Sono anche in mezzo a un trasloco, ma di questo parlerò più avanti.
Dimenticavo….in tutto questo c’è anche una canina….che non ho ancora visto…"porco canaccio".
Crozza a Ballarò, in questo momento:
"Mai mi sarei aspettato di vedere Berlusconi che difende così tanto la guardia di finanza".
mercoledì 18 aprile 2007
Moriremo tutti democristiani?
Ho affrontato tante metamorfosi, plurali cambiamenti. Anche in politica, che mi sta appiccicata addosso come una seconda pelle da quando sono adolescente, da quando mio padre, mia madre e mio nonno materno mi hanno offerto quella prematura iniziazione alla cura della pòlis che non ho mai abbandonato, nonostante tutto. Riflettevo sulle mie radici, negli ultimi giorni. Questa è una delle più forti, delle più profonde, affondata nel patrimonio della sinistra italiana. Tuttavia, come si suol dire, “a vent’anni siamo tutti incendiari e a quaranta siamo tutti pompieri”. E così, passata l’ebbrezza politica adolescenziale, ho piano piano abbandonato un territorio familiare, disgustata spesso da un ideologismo eccessivo, una faziosità esasperata, una palese volontà di modificare la lettura della realtà a proprio interesse e vantaggio. Devo al mio amore per la politica mille cose: l’incontro con Bafisia, una crescita precoce, una volontà di abitare il margine, un atteggiamento altezzoso, spocchioso, tremendamente antipatico, ma anche terribilmente necessario. Ho abitato le stanze di una sezione di partito fin da adolescente, ho letto mille giornali, ho seguito noiosissimi dibattiti e, forse, non sarei quella che sono, adesso, se non avessi intrapreso quel percorso. E sono soprattutto certa che non avrei lasciato l’Università e una carriera a portata di mano se tutto questo non avesse avuto odore di mafia, e quindi non avesse rappresentato tutto ciò che mi disgusta di questa amata/odiata Italia.
Vivo l’odio che satura questo paese, un odio e un disprezzo marchiati a fuoco come una cicatrice su quest’Italia bigotta, violenta, arrogante che, ancora oggi, accusa, giudica, sentenzia. Ho maturato uno sviscerato ed incallito ribrezzo per un paese così martoriato, fiaccato da un’ipocrisia e da un fariseismo che violentano le libertà personali, torturano le coscienze, violano i più elementari diritti, bloccando lo sviluppo del mio paese e facendo perdere a molti la luce del buon senso, in nome di chissà quali supremi valori.
E allora ripenso al referendum sulla legge 40, a Piergiorgio Welby, alla battaglia sui diritti dei conviventi, all’atteggiamento vergognoso verso l’omosessualità, a questo ritorno del peggio del peggio del cattolicesimo all’italiana…e, mentre penso a tutto questo, da un lato mi avvio a seguire il congresso dei DS, dall’altro raccolgo la delusione per la fine della Rosa nel Pugno, che aveva rappresentato, per me, una quanto mai salutare novità. E allora, che faremo poi? A quale santo dobbiamo votarci?
Per adesso mi metto in attesa di sviluppi, magari meno inquietanti, e mi guardo Gad Lerner, dove si parlerà e sparlerà sull’idea di famiglia. Mi immagino la sagra delle cazzate. Speriamo non ci sia la Binetti, altrimenti mi sentirò male.
Alla fine voterò lo Sdi…lo sentirai Sergino…..
Vivo l’odio che satura questo paese, un odio e un disprezzo marchiati a fuoco come una cicatrice su quest’Italia bigotta, violenta, arrogante che, ancora oggi, accusa, giudica, sentenzia. Ho maturato uno sviscerato ed incallito ribrezzo per un paese così martoriato, fiaccato da un’ipocrisia e da un fariseismo che violentano le libertà personali, torturano le coscienze, violano i più elementari diritti, bloccando lo sviluppo del mio paese e facendo perdere a molti la luce del buon senso, in nome di chissà quali supremi valori.
E allora ripenso al referendum sulla legge 40, a Piergiorgio Welby, alla battaglia sui diritti dei conviventi, all’atteggiamento vergognoso verso l’omosessualità, a questo ritorno del peggio del peggio del cattolicesimo all’italiana…e, mentre penso a tutto questo, da un lato mi avvio a seguire il congresso dei DS, dall’altro raccolgo la delusione per la fine della Rosa nel Pugno, che aveva rappresentato, per me, una quanto mai salutare novità. E allora, che faremo poi? A quale santo dobbiamo votarci?
Per adesso mi metto in attesa di sviluppi, magari meno inquietanti, e mi guardo Gad Lerner, dove si parlerà e sparlerà sull’idea di famiglia. Mi immagino la sagra delle cazzate. Speriamo non ci sia la Binetti, altrimenti mi sentirò male.
Alla fine voterò lo Sdi…lo sentirai Sergino…..
lunedì 16 aprile 2007
Ripensando all'estate dei Negramaro
Se penso a quando sono stata davvero felice l'ultima volta, mi viene alla mente l'estate in cui Giovanna e Anna sono state da noi. Era l'estate dei Negramaro, del primo pancione da guardare e accarezzare, delle spiagge castiglionesi...un'estate in cui tutto sembrava scritto, fissato, impassibile alla trasformazione, al cambiamento, al definitivo tracollo. E allora mi chiedo quanto abbia ancora voglia di fissare lo sguardo su quello spartito di ricordi, sfogliandone le pagine sempre a ritroso, come se quelle a venire fossero incollate le une alle altre ed io impaurita a leggerne la partitura. Ma dove sta scritto che la melodia che mi attende debba essere meno armonica di quella appena ascoltata? Meno orecchiabile certo, come ogni pezzo al nostro primo e distratto ascolto, ma capace di diventare una piacevolissima aria.
Mi chiedo anche chi voglia far partecipare alla mia orchestra, quali ruoli assegnare a ciascuno, quale posto affidare ad ogni singolo musicista, a chi lasciare gli assoli e chi relegare ad un impercettibile accompagnamento. Purchè si suoni, il silenzio mi stordisce.
Mi chiedo anche chi voglia far partecipare alla mia orchestra, quali ruoli assegnare a ciascuno, quale posto affidare ad ogni singolo musicista, a chi lasciare gli assoli e chi relegare ad un impercettibile accompagnamento. Purchè si suoni, il silenzio mi stordisce.
mercoledì 21 marzo 2007
La lingua per Auschwitz
Mi chiedo come mettere in parole quel dolore vivido che ti pietrifica, che ti attraversa da parte a parte, che ti inchioda a quel percorso di morte. Si respira la morte, ma non si possiede una lingua che possa tradurla, trasmetterla, narrarla. “I limiti del linguaggio sono i limiti del mio mondo”, scriveva Wittgenstein. Forse è per questo che faccio molta fatica a trovare un segno per quelle sensazioni, che oltrepassano l’umana comprensione, il comune sentire, il razionale tentativo di comprenderle. Popolare quelle gelide stanze, resuscitare quei binari morti, immaginare dei corpi per quegli oggetti fossilizzati a nostra memoria. Confrontarsi con un passato che ti squadra da ogni lato, calpestandoti ad ogni tuo passo, scoprire una ferita perenne, una piaga purulenta nel cuore dell’Europa, nel corpo di un’umanità offesa. Sono contenta di aver portato i miei ragazzi in questo luogo dimenticato da Dio e sono anche fiera del loro modo sincero di esprimere insopprimibili emozioni. Le mie sono ancora molto trattenute, irrigidite ed incapaci di proiettarsi in uno scritto; ma forse è un limite della scrittura e del linguaggio, non del cuore.
Il sacro a Jasna Gora
Mi chiedo nuovamente come possa non sentire mai, in me, il richiamo del sacro. Preclusa ogni via alla trascendenza, chiuso ogni passaggio verso una dimensione altra, verso un sacro iperuranio, mi sento ancora di più ancorata al terreno, al concreto, al corpo. Nessun contatto con il divino, ma solo preghiere che restano strozzate in gola, prive come sono di qualsiasi destinatario. E così oggi, nonostante in questo luogo sacro abbia provato compassione, nel senso originario di un con-sentire, con coloro che rivolgevano all’Eterno le loro suppliche, non ho saputo dedicare a mia madre neppure una preghiera. Anzi, ho cercato di allontanare dalla mia mente il pensiero di lei, per non alzare al cielo, anziché preghiere, irrisolvibili domande e rancorose maledizioni.
Mi sento un animale senza Dio, con le braccia conserte, a contemplare il nulla.
Mi sento un animale senza Dio, con le braccia conserte, a contemplare il nulla.
Io e loro, loro e me
Dopo la difficile mattinata di lunedì scorso, in cui ho dovuto affrontare un ennesimo, incomprensibile ed imperdonabile attacco di F., sto cercando di godermi i miei ragazzi. Bafisia dice che la differenza tra noi e loro è solo sociale e culturale e che ci sono ancora mille parallelismi da rintracciare tra le generazioni.
Cerco di cogliere il senso delle cose, cerco di afferrare il loro senso delle cose, sforzandomi di andare al di là di questa adolescenza apparentemente sfibrata, svogliatamente monadica, orgogliosamente distratta. Penso a questi quindici anni che ci dividono e cerco di risalire il corso inesorabile del tempo per scorgere somiglianze e appartenenze. A volte riesco, con loro, a suonare piacevoli accordi, altre volte produco una melodia stonata, che stride all’ascolto. Alcune volte annego nel fossato che mi separa da loro, altre volte rintraccio stupefacenti comunanze. Come ieri, con Dauson che mi chiedeva di vendergli i miei dischi dei Litfiba, quelli che hanno accompagnato alcuni anni della mia piccola rivoluzione adolescenziale, o come adesso, mentre li sento parlare tra loro in libertà. Qui in Polonia le parole finiscono in “osky” e ancora oggi si modella un linguaggio immaginario, come facevamo noi, in quella gita a Parigi dove il mio amore sembrava forte e indistruttibile, mia madre immortale, io impermeabile al dolore.
Cerco di cogliere il senso delle cose, cerco di afferrare il loro senso delle cose, sforzandomi di andare al di là di questa adolescenza apparentemente sfibrata, svogliatamente monadica, orgogliosamente distratta. Penso a questi quindici anni che ci dividono e cerco di risalire il corso inesorabile del tempo per scorgere somiglianze e appartenenze. A volte riesco, con loro, a suonare piacevoli accordi, altre volte produco una melodia stonata, che stride all’ascolto. Alcune volte annego nel fossato che mi separa da loro, altre volte rintraccio stupefacenti comunanze. Come ieri, con Dauson che mi chiedeva di vendergli i miei dischi dei Litfiba, quelli che hanno accompagnato alcuni anni della mia piccola rivoluzione adolescenziale, o come adesso, mentre li sento parlare tra loro in libertà. Qui in Polonia le parole finiscono in “osky” e ancora oggi si modella un linguaggio immaginario, come facevamo noi, in quella gita a Parigi dove il mio amore sembrava forte e indistruttibile, mia madre immortale, io impermeabile al dolore.
martedì 20 marzo 2007
Clarice Lispector
In fondo, anche le attese senza fine nelle sale di aspetto degli aeroporti hanno in serbo sorprese. Come il tempo vuoto da riempire con la lettura, facendoti largo tra le inevitabili distrazioni, tra i ragazzi che mi chiamano, tra il telefono che squilla, i passeggeri che si lamentano e i pianti insopportabili dei piccoli viaggiatori. Il libro è bello, intenso, anche se un po' pesante. Le pagine non scorrono veloci, ma hanno bisogno di essere assorbite con lentezza e concentrazione. Ecco una pagina che ho particolarmente apprezzato.
“Se lanciassi un grido – penso ormai senza lucidità – la mia voce riceverebbe l’eco uguale e indifferente delle pareti della terra. Se non vivo le cose, allora, non troverò la vita? Ma anche così, nella solitudine bianca e limitata in cui ricado, sono ancora prigioniera fra montagne chiuse. Prigioniera, prigioniera. Dov’è l’immaginazione? Cammino su binari invisibili. Prigione, libertà. Sono le parole che mi vengono in mente. Ma non sono quelle vere, uniche e insostituibili, lo sento. Libertà è poco. Quello che desidero non ha ancora nome…Cercare tranquillamente di ammettere che forse lo troverò solo se andrò a cercarlo alle fonti piccole. Oppure morirò di sete. Forse non sono fatta per le acque pure e vaste, ma per quelle piccole e di facile accesso. E forse il mio desiderio di un’altra fonte, quell’ansia che conferisce al mio viso l’aria di chi va a caccia per sfamarsi, forse quell’ansia è un’idea – e null’altro”.
Clarice Lispector, Vicino al cuore selvaggio
“Se lanciassi un grido – penso ormai senza lucidità – la mia voce riceverebbe l’eco uguale e indifferente delle pareti della terra. Se non vivo le cose, allora, non troverò la vita? Ma anche così, nella solitudine bianca e limitata in cui ricado, sono ancora prigioniera fra montagne chiuse. Prigioniera, prigioniera. Dov’è l’immaginazione? Cammino su binari invisibili. Prigione, libertà. Sono le parole che mi vengono in mente. Ma non sono quelle vere, uniche e insostituibili, lo sento. Libertà è poco. Quello che desidero non ha ancora nome…Cercare tranquillamente di ammettere che forse lo troverò solo se andrò a cercarlo alle fonti piccole. Oppure morirò di sete. Forse non sono fatta per le acque pure e vaste, ma per quelle piccole e di facile accesso. E forse il mio desiderio di un’altra fonte, quell’ansia che conferisce al mio viso l’aria di chi va a caccia per sfamarsi, forse quell’ansia è un’idea – e null’altro”.
Clarice Lispector, Vicino al cuore selvaggio
In volo per Varsavia
Ritornare a quel luogo, dissotterrare emozioni, recuperare ricordi mai sbiaditi, vivide sensazioni di fuga. Che emozione alzarmi di nuovo in volo ed indietreggiare a dieci mesi fa, quando il viaggio era simbolo di quell’Ausgang su cui tanto ho riflettuto negli anni universitari. Eccolo l’atterraggio che richiama una antica melodia del cuore, rievoca sussulti, riecheggia un coraggio fino ad allora mai sperimentato. Mi chiedevo in quell’attesa snervante, in quell’aeroporto che aveva appena registrato le solite movenze che anticipano una partenza, cosa mi fosse rimasto di quella partenza, la sola, la mia. Interrogando la trama delle mie emozioni mi sono trovata a domandarmi chi sarei adesso se avessi provato a restare. Cosa sarebbe cambiato? Avrei potuto, nonostante tutto, accompagnarla ugualmente. Ecco, di nuovo, i sensi di colpa, nonostante non abbia niente di cui accusarmi, se non i pensieri sconnessi che mi tengono legata ad un sentiero interrotto. Rimugino, ricordo, rivedo: questa Londra eternamente presente lo è ancora di più adesso, in questa Varsavia appena intravista dalle nuvole. A volte sono io che mi sento una nuvola, sul punto di piovere.
Britney Spears
“Riflettere, riflettere su di lei. Sul tentativo di essere se stessi”, scrive Christa Wolf. La riflessione su di me, mai conclusa, mai appagante, oggi passa necessariamente attraverso il sentire di lei, un sentire-guardare che passa attraverso il contatto, attraverso le maglie del corpo, attraverso il calore e il profumo della pelle. Prima della mia partenza sono stata a casa dei miei e ho trovato il contatto godendomi una carezza affettuosa e leggera sulla ruvidezza della sua cute. Libera di muoversi e di essere se stessa tra le pareti di quella casa, la mia, la sua, la nostra, si è sfilata senza pudore quella seconda pelle di lana che noi quasi le imponiamo per proteggerci dalle nostre incoffessabili paure. E finalmente ho visto un bagliore di nuova vita su quel corpo così martoriato e assalito da una chimica tanto disumana quanto provvidenziale e ho visto un sorriso sul quel viso che è ancora tremendamente il suo. Ha una leggera peluria sul capo adesso, di un colore ancora indecifrabile, una peluria timida ma coraggiosa, che si fa decisa e sfrontata, quasi a voler sbeffeggiare l’alieno. E lei è ancora più audace, ancora più sfrontata, ancora più irriverente. E così ride, in mezzo alla sala, davanti a noi, davanti alla bestiaccia, e abbozza un ballo, sorridendoci e dicendoci che non è malata, è solo Britney Spears…
Lo so che si sta vendicando dell'alieno, con tutto questo coraggio. Vendetta, che segna già una piccola vittoria.
Lo so che si sta vendicando dell'alieno, con tutto questo coraggio. Vendetta, che segna già una piccola vittoria.
mercoledì 7 marzo 2007
Divertissement
Non scrivo da più di un mese. Silenzio, silenzi, respiri ed ascolti. Ho deciso di bloccare il flusso dei pensieri, almeno quelli che amavano scivolare sulla carta e rimanervi incastrati. Una volta lì, partoriti dopo lunga gestazione, erano un richiamo continuo, un assillo interminabile, una presenza pesante. Ho scelto il divertissement, di pascaliana memoria. Ho cercato di non pensare, di fuggire la concentrazione, di pensare la morte, di soffrire la solitudine. Nonostante tutto ho recuperato una dimensione del vivere, più umana forse ed ho imparato a leggere di sfuggita le partiture dei miei pensieri, senza soffermarmi troppo su ogni stonatura.
Questo trasferimento ad Orbetello ha senza dubbio rappresentato un salutare cambiamento, anche se non ha certo il significato profondo di quella maglia rotta nella rete che, ancora oggi, solo la mia amata Londra sembra sapermi regalare. Sono, tuttavia, più calma, più rilassata, meno stanca, meno abbrutita da tutti quei chilometri e quelle sveglie che suonavano prima dell’alba. Domenica mi sono anche concessa una bella passeggiata in Feniglia, godendo di un sole primaverile e bagnandomi i piedi con la fredda acqua del mare, assaporando un’estate che non tarderà. Sto bene qui. Sono almeno protetta da queste mura che non grondano ricordi come quelli della mia casa in campagna. Qui, almeno, respiro. A casa mi sentivo bloccata tra quelle pareti, incastrata da pesanti memorie, intrappolata in uno spazio abitato da mille presenze, reali ed immaginarie. La presenza reale dei miei, incapaci di comprendere la fisiologica necessità di tracciare confini, quella inconsistente di un uomo che ha amato ed abitato quella casa tanto quanto me, per poi cadere, esausto, di fronte ad una stanchezza non più gestibile. Adesso mi sento più libera, almeno da tutti questi pensieri. Basta pensieri, basta pressare nella mia testa innumerevoli congetture, senza mai arrivare ad una conclusione, ad un punto fermo in grado di regalarmi un po’ di tregua, anche solo come provvisorio armistizio. Da anni mi dedico ad una ruminazione mentale che mi la vita sopra e dentro di me, impedendomi di godere l’attimo, alla ricerca di un domani che mai si trasforma in oggi.
Devo dare al passato e al futuro il loro giusto posto, senza permettere loro di rendermi impossibile il qui ed ora.
Stasera sono stanca, non ho voglia di leggere né studiare. Mi concedo un po’ d’ozio e ceno a latte e biscotti. Un ozio accompagnato dall’Infedele di Gad Lerner, per non perdere il gusto alla politica.
Questo trasferimento ad Orbetello ha senza dubbio rappresentato un salutare cambiamento, anche se non ha certo il significato profondo di quella maglia rotta nella rete che, ancora oggi, solo la mia amata Londra sembra sapermi regalare. Sono, tuttavia, più calma, più rilassata, meno stanca, meno abbrutita da tutti quei chilometri e quelle sveglie che suonavano prima dell’alba. Domenica mi sono anche concessa una bella passeggiata in Feniglia, godendo di un sole primaverile e bagnandomi i piedi con la fredda acqua del mare, assaporando un’estate che non tarderà. Sto bene qui. Sono almeno protetta da queste mura che non grondano ricordi come quelli della mia casa in campagna. Qui, almeno, respiro. A casa mi sentivo bloccata tra quelle pareti, incastrata da pesanti memorie, intrappolata in uno spazio abitato da mille presenze, reali ed immaginarie. La presenza reale dei miei, incapaci di comprendere la fisiologica necessità di tracciare confini, quella inconsistente di un uomo che ha amato ed abitato quella casa tanto quanto me, per poi cadere, esausto, di fronte ad una stanchezza non più gestibile. Adesso mi sento più libera, almeno da tutti questi pensieri. Basta pensieri, basta pressare nella mia testa innumerevoli congetture, senza mai arrivare ad una conclusione, ad un punto fermo in grado di regalarmi un po’ di tregua, anche solo come provvisorio armistizio. Da anni mi dedico ad una ruminazione mentale che mi la vita sopra e dentro di me, impedendomi di godere l’attimo, alla ricerca di un domani che mai si trasforma in oggi.
Devo dare al passato e al futuro il loro giusto posto, senza permettere loro di rendermi impossibile il qui ed ora.
Stasera sono stanca, non ho voglia di leggere né studiare. Mi concedo un po’ d’ozio e ceno a latte e biscotti. Un ozio accompagnato dall’Infedele di Gad Lerner, per non perdere il gusto alla politica.
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